I Berliani: Luisa non ha paura

Era una mattina di gennaio, nevicava e faceva molto freddo. Una volta le avevano detto che se fa molto freddo non nevica: non era vero. Così vedeva i fiocchi scendere come paracadutisti su quelli che erano già a terra, a formare un’ammucchiata selvaggia. Tutti insieme, uno sopra l’altro, bianchi come cadaveri. Forse la loro vita durava davvero solo il tempo della caduta libera, dalla culla-nuvola alla fossa comune dell’arrivo. Oppure, per i più sfortunati, ad attenderli c’era un terreno troppo secco e arido che li faceva dissolvere come taccagni a una cena di beneficenza. Inceneriti senza urna.  

Luisa si scosse di colpo, sorpresa per quei pensieri così truci: la neve era bella e basta. Non si poteva discutere anche su questo, non è concepibile, non è sano. Sul freddo sì, si poteva parlare per ore e ore, e dire che era pungente, incredibile, mai sentito prima, non potete capire, allucinante. Si potevano sfornare una raffica di aggettivi sapendo che tutti sarebbero stati appropriati; la facevano sentire meglio, con la loro potenza ed efficacia. Quando chiamava giù al suo paese finiva per vantarsi del gelo, finiva per sottintendere che loro no, non avrebbero resistito, ma lei sì, era stoica e grandiosa. Luisa la donna invincibile, se non vi fa schifo.

“Riecco che ci siamo,” disse una voce alle sue spalle. “Mamma, la vuoi smettere di sorridere per piacere? Mi irriti.”

“Ma cosa c’è che non va? Stavo ripensando a quando eri piccolo.”

“Ogni volta dici la stessa cosa, ma non è normale.”

“Cosa non è normale, tesoro?”

“Che pensi sempre a me da piccolo. Difatti non ti credo. La verità è che non stai bene.”

Luisa distolse lo sguardo dai fiocchi in volo, e lo stampò sulla fronte del figlio.

“Io sto benissimo!” alzò la voce. “Non si vede? Da quando in qua sorridere è diventato un sintomo? Dimmelo tu che studi medicina.”

“Non è il fatto che sorridi, mamma. È come lo fai.”

“Vorresti insegnarmi a farlo? Dai, su, spiegami tutto. Fai l’università per questo no?”

Il ragazzo sospirò pesantemente. “Lasciamo stare.”

“No, non lasciamo stare! Adesso sentiamo per cosa abbiamo pagato in tutti questi anni. Sentiamo un po’…”

“Mamma tu lavori troppo. È questa la realtà. Ti fanno fare troppe ore, troppi turni.”

“Lo sai che non posso dire di no,” fece Luisa allargando le braccia.

“Potresti, ma hai paura.”

“Io non ho paura di niente, ricordatelo. Io non ho paura del freddo, e nemmeno di essere licenziata. Lavoro per te e per nessun altro. Per farti diventare un dottore come si deve. Per questo siamo qua, per te.”

“Io non vi ho mai chiesto nulla.”

“Ah davvero?”

“Certo,” ribadì il figlio, convinto.

“Se noi non fossimo venuti a Berlino ti saresti scordato le serate che fai, le bevute con quel tuo nuovo amichetto, quel biondino, come si chiama, e le biondine e Dio solo sa cos’altro.”

“Cosa c’entra…”

“C’entra tutto, anche quando non ti fa comodo! Ripenso a quando eri piccolo e sorrido perché allora eri puro. Ora non so più cosa sei.”

“Sono solo un ragazzo come tanti, mamma.”

A Luisa si inumidirono gli occhi. “No, tu sei il mio ragazzo! E tu sei meglio, devi solo capirlo e non sprecare il tuo tempo.”

“Non lo spreco mica. Vado abbastanza bene a scuola, lo sai.”

“Lo so, ma potresti andare meglio. E dovresti. Dovresti diventare un dottore come si deve.”

“Lo sarò…”

“Ci puoi scommettere che lo sarai.”

I due si squadrarono a lungo con aria di sfida, per vedere chi avrebbe lasciato il ring per primo.

“Va bene, adesso vado in camera.”

“A studiare. Adesso vai in camera a studiare.”

“Sì mamma,” bofonchiò il giovane.

“Bravo… tesoro.”

Soddisfatta, Luisa si rimise alla finestra a contemplare gli alberi adorni di cumuli nevosi, lucenti come bocce argentate. Peccato che Natale se ne fosse andato così in fretta. Era stata bella la cena in famiglia, solo loro tre e nessun altro. Gli anni prima c’erano i nonni e i cugini e gli zii e i nipoti e tutta quella marmaglia là. Ora no: era uno dei vantaggi dell’essere emigrati. Oltre a potersi vantare del freddo, ovviamente. Luisa stava di nuovo sorridendo, stavolta se ne rendeva conto. Non sapeva però come lo stava facendo. Si passò una mano sul volto, tastandosi il contorno della bocca e le rughe: le sembrarono più profonde del solito.

‘Non si può nemmeno più sorridere in santa pace,’ pensò.

Di scatto prese la borsa e ci infilò il computer portatile. Si mise le scarpe antiscivolo, il cappotto e la sciarpa di lana. Aveva intenzione di uscire in fretta da quella casa divenuta d’un tratto tanto stretta. Sarebbe andata in un Caffè su Kurfürstendamm, la via alla moda lì vicino e, in completa tranquillità, avrebbe scritto un’email a uno qualunque dei parenti, per dirgli che il figlio a scuola andava alla grande e che anche per il resto procedeva tutto bene, anzi benissimo. Tutto, a parte una cosa sola…