I Berliani: La T di residence

Il residence studentesco, a forma di T, era di due piani e aveva sessanta camere e quattro cucine, due su e due giù. In giro solo tre bagni,  ma non c’era da allarmarsi, ognuno in stanza aveva il proprio. Che poi non fosse del livello di quelli di Buckingham Palace, beh, c’era da aspettarselo. Comunque, di sicuro, al mondo ne esistono di peggiori. Il vero problema, come spesso capita, era la doccia: incassata tra tre muri, proteggeva il resto del gabinetto dai propri schizzi solo attraverso una ridicola tendina rosa che non arrivava nemmeno al pavimento. E soprattutto, l’acqua fuoriusciva dalla doccia stessa senza nemmeno accorgersi di quel gradino alto sette millimetri che avrebbe dovuto rappresentare un argine insuperabile. Chiunque sia stato in un albergo tre stelle della Riviera romagnola sa di cosa si sta parlando. Però, mettiamola così, era un modo per tenere il pavimento del bagno pulito, che non è poi una brutta cosa, in special modo se a occuparlo sono degli uomini (stavolta saranno le madri e mogli di qualsiasi ceto a capire...).

Per quanto riguarda il resto della camera non c’era da lamentarsi, se non proprio della pulizia: capelli più lunghi dei propri, peli troppo scuri e granelli di vario genere erano un po’ in tutti gli angoli, e non avrebbero mai vinto una gara a nascondino. Però al di là di questi piccoli particolari il letto, la scrivania, i due scaffali, l’armadio a muro e il tavolino con due sedie erano esattamente ciò che serviva. Non erano bianchi e lucenti e immacolati e appena usciti dal negozio come nelle foto del depliant, tuttavia il loro grigiore e le ammaccature non erano ancora diventati fastidiosi. E poi c’era la grande finestra a rendere tutto più bello. Paolo, dalla sua, vedeva il cortile di una scuola elementare: era immenso, con un campo da calcetto chiuso da una rete metallica come una gabbia, e un elaboratissimo castello in legno, fatto di scale e di ponti sospesi a unire tre torri a piramide che ricordavano le tende degli indiani d’America. Veniva voglia di andarci a giocare: ma non quando a fare i bambini ci pensavano i bambini stessi, per carità! Quei piccoli indemoniati facevano un baccano infernale, correvano di qua e di là, si spingevano, rotolavano uno sull’altro, si appendevano a qualsiasi cosa, si lanciavano, scivolavano, e chi più ne ha più ne metta. Eppure non davano mai la sensazione di potersi fare male sul serio. Meglio così, ci mancava solo che si mettessero pure a piangere…

Tutte le scuole dovrebbero avere uno spazio come quello, erboso e circondato da alti alberi che come vecchi saggi vegliano sugli alunni. Allo stesso modo forse però non tutti i residence dovrebbero avere una chiesa dall’altra parte della strada. Non che fosse brutta da vedere, questo no, ma era terribile da sentire: ogni mattina alle otto in punto rimbombavano rintocchi talmente possenti da far tremare i vetri e resuscitare i sensi. Per chi era mattiniero come Paolo, cioè per niente, era un bel problema. Ma spesso, con un potere quasi soprannaturale, gli bastava girarsi dall’altra parte per ricadere all’istante in un sogno di agenti telefonici che bussano alla porta, o di galeoni che sparano cannonate ai pirati, o di sesso tanto spinto da sfondare la parete ancora prima del letto. In fondo quelle campane non erano poi tanto male.

La sveglia vera arrivava verso le nove, e dopo una rituale mezz’ora di ripetuti e infruttuosi tentativi di forzare le palpebre, la prima ricreazione degli scolaretti faceva scattare Paolo sull’attenti. Non c’era niente di più snervante e allo stesso tempo efficace. Paradossale ma vero, solo un caffè avrebbe potuto calmarlo. Così andava in cucina e se lo preparava.

Ah la cucina, un capitolo completamente a parte. La mattina non era uno specchio ma per lo meno ci si poteva arrischiare ad appoggiarci un gomito. Dopo pranzo già sarebbe stata da chiamare la commissione di igiene e far sigillare tutto, mentre all’ora di cena l’unica cosa saggia pareva essere prendere una tanica di benzina e dei fiammiferi e accendere un bel falò: non potendosi spingere a tanto, ci si tappava ogni orifizio e si ringraziava la mamma per tutti i vaccini fatti da piccoli.

Tornato in camera dopo il caffè Paolo si metteva al computer e provava a scrivere un po’, per lo più racconti anche se il suo vero obiettivo era un romanzo. Ma per quello sembrava non essere ancora giunto il momento. Perciò picchiettava sulla tastiera in cerca di un’ispirazione che tardava ad arrivare. Ogni tanto qualche breve frase, come zampate d’orso, e poi nulla, come il letargo. Andava avanti così per un paio d’ore, poi decideva che era il momento di iniziare la giornata per davvero. Si lavava, vestiva, metteva la crema sul viso per proteggersi dall’aria aguzza e usciva oltremodo infagottato.

Dove andava? A prendere l’autobus di fronte alla chiesa chiassosa. E poi? E poi in giro per Berlino…

Solitamente Paolo pranzava velocemente con un panino e una coca per poi rifugiarsi in un Caffè in cerca di un illuminazione creativa. Ordinava un cappuccino e si siedeva al tavolo munito di taccuino, come quelli di un tempo ormai andato. Attorno a lui invece quasi tutti sfoggiavano il loro computer portatile o un tablet di ultima generazione. Osservava quegli sconosciuti e pazientemente ne disegnava i contorni con le parole. Erano uguali eppure diversi l’uno dall’altro, per questo erano interessanti. Poi, un pomeriggio, la sua attenzione fu dirottata da una signora di mezza età che veniva scortata dentro al locale da due poliziotti. Si dimenava urlante, ma ciò che più lo colpì fu l’espressione astiosa con cui una donna assisteva alla scena: quegli occhi, quelle rughe e quelle labbra vibranti avevano un che di inquietante. Tanto che ci ricamò sopra una storia abbastanza lunga da raffreddargli il cappuccino e far scendere il sole.

La sera, quando non aveva lezione di tedesco, Paolo tornava al residence e sfidava le malattie infettive cucinandosi una pasta o una fetta di carne con delle verdure congelate. Spesso incrociava altri temerari ed era costretto a schiudere la bocca e le orecchie per interagire con loro. Quasi mai in tedesco, tuttavia, dato che erano indiani, siriani, polacchi, italiani, spagnoli, e di altre nazionalità indefinite (mica si poteva sapere tutto di tutti). I nomi non se li ricordava mai, cosa studiassero e per quale motivo neppure: dunque non restava che far finta di capire benissimo di cosa stessero parlando e fare degli esercizi di vaghezza non indifferenti. In questo era diventato bravissimo.

Dopo l’ultimo boccone bisognava trovare delle scuse per liberarsi di loro: dover lavare le pentole era una di queste. Paolo vi si cimentava con passione non sapendo mai dove mettere poi le stoviglie sgocciolanti e pulite: un rettangolo quasi accettabile lo trovava sempre (doveva per forza) e vi accatastava di tutto a formare una torre di Babele più svergola e instabile dell’originale. Quindi andava in camera a prendere il proprio asciugamano personale e tornava indietro per finire il lavoro. Una volta asciutte riponeva le stoviglie nel proprio scaffale pregando che nessuno osasse profanarlo. A quel punto se la cavava con un generico “see you” corto e conciso e senza guardarsi indietro fuggiva stremato. Spesso pensava: usa la cucina e poi muori.

La donna delle pulizie doveva essere delle due l’una: o una santa oppure una persona incredibilmente insensibile. Una volta l’aveva incontrata alla sei del mattino, mentre rientrava da una festa di compleanno di un ragazzo mai visto prima e, un po’ alticcio, l’aveva salutata sorridendo. Si chiamava Lucia o Luna o qualcosa del genere e aveva capito dall'accento che era una sua connazionale. Avevano parlato un attimo, o forse erano tre quarti d'ora, fatto sta che una signora così a modo non avrebbe dovuto fare quel lavoro, eppure lo faceva e lo faceva bene. Troppo bene: come ci riusciva?

Giunto in stanza Paolo accendeva il computer e cercava qualche film da guardare per rilassarsi un po’: ma nemmeno a farlo apposta gli capitavano sempre scene di lupi che sbranano persone cadute dalla seggiovia, vampiri bambini o bambini vampiri che sorseggiano sangue, cinesi a cavallo (!) che si fanno saltare le cervella a vicenda, reparti psichiatrici che hanno ancora molto da lavorare, gente che si sposa a trent’anni e via con questo andazzo…

E che dire delle nottate tribolate? A volte ci pensava l’iraniano suo vicino di camera a tenerlo sveglio. Come? Con una prolungata conference call di mezzanotte presumibilmente con la propria famiglia. Una sequela di frasi che sembravano tutte identiche, se non fosse che cambiava il tono della voce: a volte era alto e altre altissimo. Che poi la cosa più grave era che non capendo una sola parola Paolo non si poteva nemmeno fare i fatti dell'altro. Di cosa diavolo si poteva parlare con tanto fervore? Non di camomille e campi fioriti, di questo era quasi certo.

Finalmente verso l’una tornava la pace in terra e Paolo poteva tranquillamente sognare di essere coinvolto in un bel attentato nella metropolitana (anche il sonno, sembrerebbe, è vittima dei pregiudizi).

Nonostante tutto però, quando dopo due mesi Paolo decise che era giunto il momento di cambiare aria, prima di chiudere definitivamente la porta dietro di sé salutò la sua camera con malinconia preventiva così come aveva fatto con l’ultima aula del liceo e l’unica bicicletta mai posseduta. Presto avrebbe cancellato quella breve parentesi di vita e nella sua mente sarebbe rimasta soltanto la vaga traccia di un residence a forma di T.