I Berliani: Io almeno non mi faccio arrestare

“Meno dodici.”

“Come sarebbe a dire, meno dodici?”

“Sarebbe che non lo decido io, e nemmeno il mio computer, se permette.”

“Certo certo, ha ragione. Mi scusi.”

Marta pensò che ci doveva essere qualcosa che non andava, ma non nella signora accanto a lei o nel suo portatile, e tantomeno nel termometro di chissà quale stazione rilevatrice. Non c’era proprio niente che non andava, dopotutto. Ma c’era qualcuno messo male, e quel qualcuno era proprio lei, Marta. Lei che si era imbarcata in quell’avventura pazzesca e fuori dalla realtà. Come aveva potuto? Ciro, il marito, le aveva detto: “Mi hanno offerto un posto da pizzaiolo su in Germania. Io gli ho risposto che dovevo parlarne prima a casa, però che ci stavo.” Poi aveva scostato lo sguardo. “Va bene no?” aveva chiesto infine con un punto interrogativo poco interrogativo. E lei aveva risposto: “Certo caro.” Certo caro… certo caro! Come aveva potuto? Non gli aveva nemmeno domandato dove, in Germania. E lui si era guardato bene dal dirglielo, quella sera. Mica pensava fosse così a nord. Solo l’indomani era tornato a casa e dopo aver sbattuto la porta con enfasi, aveva gridato: “È ufficiale, si va a Berlino!” A lei sembrò una forzatura, quella di Ciro, fin dall’inizio. Nel senso che anche lui si era sforzato di trovarla una buona idea. Ma lei, poco più che trentenne e con ancora un ipotetico bel futuro pronto ad attenderla, avrebbe dovuto dire qualcosa, qualunque cosa.Pensiamoci un po’ su, caro, ti va? Ma sei proprio sicuro che non ci siano altre soluzioni? In fondo qualche soldo da parte ce l’abbiamo ancora, grazie al nonno... Ma no, era stata zitta e muta e in silenzio. Una sciocca, ecco cosa era stata. Una sciocca moglie obbediente, come non ne fanno più. Perché lei, proprio lei?

Marta scuoteva la testa da sinistra a destra e viceversa. Sembrava stesse guardando una partita di ping-pong, di quelle tra due bravi. Alla signora col computer tutto ciò non piaceva per niente. Sempre a lei dovevano capitare, le suonate. E la sentiva bisbigliare ma non capiva cosa dicesse. Niente di buono, in ogni caso. Certo che no, mica poteva avere una vicina di tavolo normale: nossignore! E Marta continuava a seguire la partita, persa nella propria sconfitta. Come aveva potuto fare la valigia e non dirgli beh però, come aveva potuto salutare le amiche senza chiedere di essere salvata, come aveva potuto prendere quel maledetto aereo invece di correre per la pista come una matta. Di sicuro avrebbe avuto più buon senso se si fosse lanciata sotto a un Boing in fase di decollo.

La signora al suo fianco vide Marta che abbassava il mento verso il petto generoso  e lo rialzava di colpo, con slancio, quasi a volersi strappare il collo. Era troppo. Tracannò la cioccolata calda a grossi sorsoni, come un liquore molto forte. Si ustionò parte del palato e della gola, ma non le importava. Chiuse il computer e lo ripose con cura nella borsa. Si alzò di scatto e disse in fretta: “Devo proprio andare, è stato un piacere. Arrivederla.”

“Grazie, arrivederci,” rispose Marta senza entusiasmo. Eppure pensò: che brava vecchietta. La vecchietta, che non era per niente tale, a cinquantadue anni, si avviò verso la porta d’uscita sorridendo, soddifatta di se stessa per essere riuscita a mantenere la calma e per aver tenuto un comportamento persino educato. Che gioia essere così aperte d’animo e generose di spirito.

Marta la seguì con lo sguardo fin fuori, sul marciapiede gelato, mentre si proteggeva dall’aria affilata con il bavero del cappotto. Fu allora che si accorse di non aver bevuto nemmeno un goccio di caffè. Con le mani tremanti si portò la tazza alla bocca, ma la ripose quasi subito: “Che schifo,” disse a bassa voce. “Ci mancava solo il caffè freddo.” E dire che se lo poteva fare a casa come piaceva a lei, ma si era voluta togliere uno sfizio prima di andare a fare shopping coi soldi del nonno, per dimenticare. Mise una mano sulla fronte. “Meno dodici,” disse più forte. “Come ho potuto?” Meccanicamente riprese la tazza e bevve un secondo sorso. Lo mandò giù e sentì quel liquido amaro che le bagnava il corpo fino all’ombelico. Era disgustoso. Ripose la tazza piena per tre quarti e la scostò con il dorso della mano, in segno di sdegno. Maledetta Marta, cosa hai combinato? Dove sei andata a cacciarti, e per chi, per cosa? Rispondimi! Non eri felice a casa tua, perché saresti dovuta esserlo in casa d’altri? “Siamo tutti europei,” aveva scherzato Ciro. Perché stava scherzando vero? Oppure hai sposato un deficiente, sarebbe quasi ora di ammetterlo. “Almeno cercatelo ricco,” aveva detto il nonno. Il nonno lo era, ricco, e aveva sempre ragione.

Marta riprese a scuotere il capo proprio mentre la signora di prima stava tornando nel Caffè, sbiancata dal freddo. “Ho dimenticato la sciarpa,” si scusò più con se stessa che con Marta. “Sono proprio sbadata.”

“Spero non sia in ritardo.”

“Come?”

“Prima ha detto che aveva fretta, giusto?” domandò Marta, non sapendo se davvero avesse udito quelle parole o se alle volte se le fosse sognate.

“Sì ha ragione,” ricordò la signora. “Ma la sciarpa è più importante,” arrossì forse per il calore del locale, o forse no. 

“Bene, allora scappo. È stato proprio un piacere. Ri-arrivederla.” E si voltò con una faccia tirata che non voleva sapersene di sciogliersi.

Che strana vecchietta, pensò stavolta Marta. Magari lei è felice, qua al gelo. Ma io no. Mi vesto e mi vesto e non è mai abbastanza. E poi cos’è ‘sto cielo sempre grigio? Come ho potuto!

Marta ricordò il giorno in cui erano arrivati in zona Roseneck, a ovest, a circa una ventina di minuti di autobus da quel Caffè, che costituiva un po’ il confine con l’immenso centro della città. Il loro appartamento era piccolo, sarebbe stato impossibile farci stare un gatto, dunque crescerci un bambino era fuori discussione. “Magari avrai dei figli tedeschi, ti immagini?” aveva scherzato la sua unica vera amica al momento dei saluti. Era per sdrammatizzare, d’accordo, ma a Marta quella battuta non era piaciuta per niente. Però, aveva riflettutto, se avremo un figlio dovremo tornacene indietro, non potremo mica vivere lassù senza l’aiuto di nessuno e con un solo stipendio. Le si erano illuminati gli occhi e sperò istantaneamente di avere ritrovato la passione per il marito. In quel momento lo voleva pazzamente. In quel preciso istante era l’uomo giusto, l’unico, anche alla faccia del nonno. Ma non era durata molto, e quando Ciro quella sera le parlò dei kebab, dei wurstel e dei crauti lei ripiombò nella menopausa precoce; c’era fino al collo.

Ora abitavano a Berlino da più di un mese e avevano fatto sesso una sola volta, per inaugurare il letto come aveva romanticamente detto Ciro. E io l’ho pure sposato, disse fra sé e sé Marta mentre guardava il soffitto. Oh nonnino mio, ho sposato un omuncolo scemo. E per di più povero.

Le scuse al nonno defunto si persero in un improvviso frastuono. Nel Caffè c’era gente che si agitava, donne che indicavano, uomini che si risvegliavano, bambini che piangevano ancora più forte. Un ragazzo biondo guardava fuori e prendeva freneticamente appunti su di un taccuino. Marta ne seguì lo sguardo fino alla signora sua connazionale, la stessa conosciuta pochi minuti prima, che veniva portata oltre l’entrata da due poliziotti grandi come orsi. “Vi dico che non l’ho fatto apposta,” si giustificava senza che nessuno potesse capire la sua lingua. “Ho dimenticato di pagare. Avevo fretta e l’ho dimenticato. Non è colpa mia. Lasciatemi!" 
Marta la fissò negli occhi spaventati e fu come se la vedesse per la prima volta. Si avvicinò la tazza e bevve un po’ di caffè. “Vecchia rincitrullita,” disse sottovoce con un sorriso astioso sul volto. “Saremo anche a meno dodici ma io almeno il cervello ce l'ho e non è congelato. Io almeno non mi faccio arrestare.”