I Berliani: Fallimento

“Non voglio lasciarti rischiare da solo, potresti perdere tutto!” disse Lillo.

“Non ti preoccupare,” ribatté Cesco con uno strano ghigno stampato sul viso. “So esattamente quello che faccio.”

“D'accordo. Mi piacerebbe solamente partecipare all'investimento con una quota minima.”

Cesco scosse energicamente la testa. “No, non voglio responsabilità nel caso andasse male. Tu hai avuto l'idea e te la ripagherò con il 50 percento dei profitti. Punto.”

”Ma è troppo! Sei sicuro che…”

“Certo, tu lascia fare a me. Sono convinto che andrà tutto come previsto.”

“Va bene, come vuoi,” acconsentì Lillo sospirando platealmente.

“Perfetto allora!” Cesco era entusiasta. “Mi metto subito all'opera. Entro sei mesi la mia vita… volevo dire, la nostra vita sarà diversa.”

“In che senso? Non abbiamo bisogno di soldi.”

“Sì, hai ragione…” annuì Cesco pensieroso. “Era così per dire.”

 

Quella mattina Cesco si era svegliato presto, in preda a degli incubi che erano proseguiti anche ad occhi aperti. Sei mesi esatti e avrebbe compiuto trent'anni: non riusciva a pensare ad altro. Cosa aveva fatto nella vita? Piuttosto, cosa era la sua vita? Le risposte sembravano non esistere. Poi aveva meditato sulle sue amicizie e le tante ragazze passate sotto le lenzuola. Aveva ricordato i viaggi e le automobili cambiate come se fossero dei taxi. Infine c'erano le scuole di prim'ordine e gli attestati e la laurea. A cosa gli sarebbe mai servita, quella laurea, non lo sapeva. Era un passo che aveva dovuto fare per mille motivi, ma non per quello giusto. Lui non la voleva. Sapeva però che era la cosa giusta da fare. La cosa giusta per uno nella sua posizione. La cosa giusta per il figlio di un uomo tanto ricco e potente. Esatto, gli era proprio capitato di nascere e di avere già tutto. Poi era cresciuto nel lusso, prima in un altro universo, e da qualche anno lì a Berlino. Forse quell'esistenza agiata se l'era meritata: d’accordo, ma come? Perché? Una vita precedente ben spesa, magari. Oppure era solo fortuna.

Cesco si era scrollato come un cane zuppo d'acqua. Aveva preso in mano il telefonino per far scorrere la lunghissima rubrica in cerca del numero di Lillo, senza trovarlo. In effetti non erano proprio amici, avevano le stesse origini ma Lillo era un po' strano. A quel punto Cesco si era ricordato che una volta, ai tempi del collegio, era stato a casa sua per lavorare insieme ad un compito sulle energie rinnovabili. Avevano preso un gran bel voto. Sì, non era tanto distante.

Non restava che vestirsi con dei pantaloni color caco e una camicia azzurrina, prima di completare l’opera con una spazzolata veloce ai capelli lisci e un po' di crema sul viso irregolare. Quindi aveva infilato la mano in una scatola di legno da cui aveva estratto le chiavi della spider - quella da gita fuori porta - e si era avviato giù per le grosse scale. In cortile aveva incrociato Joe il giardiniere (in realtà quello non era il suo vero nome ma Cesco pensava suonasse bene) e lo aveva salutato con il solito cenno imbarazzato prima di sedersi nell'auto che profum-puzzava ancora di nuovo.

Mentre rullava veloce sulla strada libera e accarezzata dal sole poco più che tiepido di fine luglio, il giovane si era ricordato della serata del poker e delle risate che erano scrosciate quando Moritz aveva tirato fuori quella storia su Lillo. Lillo che voleva un partner per tentare la scalata alla finanza. Non c'era da crederlo. Proprio lui, l'ambientalista sospettato di essere colluso coi centri sociali. Lui che si vestiva in quel modo così irragionevole. Era gay, o come minimo bisessuale. O asessuato. Qualcuno l'aveva mai visto con una donna o con un essere vivente qualsiasi? Figurarsi. Comunque quell'idea era davvero ridicola! Non l'avrebbe mai trovato un pazzo disposto ad assecondarlo. No, neanche a parlarne. Quel povero riccone ricchione: e giù a ridere fino a scoppiare.

Cesco era arrivato davanti alla villa senza essersi praticamente accorto di aver guidato. Era rabbrividito al pensiero che un bambino avrebbe potuto attraversare la strada di colpo e lui… e lui chissà. Poi aveva suonato il campanello ed era stato lo stesso Lillo ad aprirgli, non senza sorpresa. I due si erano salutati con i soliti convenevoli, poi avevano preso qualcosa da bere: una birra fresca per Cesco e un succo di pesca per il padrone di casa, che aveva deciso da poco di prendersi una pausa dagli alcolici. Aveva messo la testa a posto e ora pensava solo a far felice sua madre, così aveva detto. Anche per questo cercava di buttarsi in un investimento clamoroso, qualcosa che potesse far colpo sulla mammina.

“A tal proposito,” aveva colto l'occasione Cesco. “Volevo proprio parlarti della possibilità di entrare in società. Moritz mi ha detto che hai una splendida idea.”

“Davvero ha detto così?” si era gonfiato il petto Lillo, soddisfatto.

“Parola.”

“Mi era parso interessato, in effetti.”

Cesco a stento aveva trattenuto una risata. “Moritz è fatto così, se una cosa gli piace non lo nasconde.”

“Però lui mica gioca a poker? Potrebbe essere un problema.”

“Infatti, strano che vinca sempre...” sorrise brevemente Cesco, segretamente ironico. “Ma Lillo, senti, perché non mi esponi la tua idea nei minimi dettagli. Se ti va, certo.”

“Con molto piacere, amico mio!”

E gli aveva parlato di una strampalata società che pescando a sinistra, cacciando a destra e volando a pelo d'erba sarebbe schizzata in alto come un proiettile vagante. Cesco era rimasto senza parole: era un progetto ancora più assurdo di quanto credesse. Esattamente quello che ci voleva.
 

“Ma sei sicuro, se vuoi una parte del capitale ce lo posso mettere io… sì, lo posso trovare,” insistette Lillo mentre apriva la porta di casa.

Cesco lo fissò negli occhi con durezza. “Ti ripeto che no, non voglio. Tu ci hai messo l'idea e io ci metto i soldi. Punto.”

“Va bene. Però amico mio, per qualsiasi cosa, chiamami. Il mio numero dovresti averlo…”

“Sicuro. Ti farò presto avere i documenti da firmare. Ciao Lillo.”

Scortato fino all'auto dai pesanti occhi del suo nuovo socio in affari, Cesco si sentiva un po' in colpa. Era corretto sfruttare la follia dell’altro per salvare la propria salute mentale? Un’alzata di spalle e ingranò la marcia: direzione avvocato.

***

“Ciao figliolo, come stai?”

“Tutto ok papà, grazie,” disse Cesco sforzandosi di tenere un tono allegro.

“Hai fatto bene a telefonarmi. Scusa se non mi sono più fatto sentire.”

“Non fa niente. Ma senti papà, volevo chiederti se… ecco, se posso fare in modo di ridarti i soldi del conto.”

“Ancora con questa storia?” alzò la voce il padre. “No, sono tuoi e ci puoi giocare come meglio credi.”

“Lo so, l'ho fatto... Hai in mente quella società di cui ti parlavo? Quella messa in piedi con Lillo, il figlio dei Bronzilli. Beh, abbiamo raddoppiato il capitale in soli sei mesi.”

“Bravissimo figliolo, sarai fiero di te! Dovresti festeggiare.”

“Lo sto facendo,” ammise Cesco.

“Giusto, quasi dimenticavo: auguri figliolo! Trenta eh? Ti è arrivato il regalo, ti piace?”

“Sì molto, grazie papà.”

“Bene bene,” si compiacque il padre.

 “Ma senti…” esitò il giovane. “Sì, beh, insomma, pensavo di cedere la società, anche se va a gonfie vele, al mio amico e a sua madre. Poi magari potrei donare il ricavato a qualche ente…”

“Non ci pensare neanche!” lo aggredì il padre. “Lo sai come la penso, ognuno ha ciò che si merita. Noi siamo ricchi e loro poveri e sfortunati per un motivo. Quindi il mio supporto e la mia firma sui documenti non li avrai mai!”

“Ma…”

“Niente ma. Non si discute con me, dovresti saperlo bene. Quei soldi sono e resteranno tuoi. Punto.” Ci fu un attimo di silenzio, seguito da un frusciare di fogli. “E adesso scusami ma devo lasciarti. Aspetto una telefonata dalla cancelliera. A presto figliolo.”

 

‘Sono persino riuscito a fallire il mio tentativo di fallimento!’ pensò sconsolato Cesco mentre tornava dagli amici e dagli amici degli amici e dalla sua stupenda nuova ragazza. Osservò gli ospiti uno ad uno: gente vista e rivista e mal digerita. Ma chi erano quel ragazzo dai capelli d’oro e quegli altri due con lui? Doveva averli portati Lillo; li aveva di certo conosciuti alla facoltà di medicina, la sua nuova fissa per impressionare la mammina. Chissà se erano lì per gli alcolici gratis oppure per i suoi soldi. Probabilmente erano ricchi anche loro così come gli altri, ma di sicuro non tanto quanto lui. Inoltre era pur sempre il figlio di uno degli uomini più influenti di Germania. Il potere faceva gola anche a loro, c’era da scommetterci. E la sua ragazza a cosa mirava? Sarebbe stata con lui se non le avesse potuto offrire perle, teatri e champagne? Di sicuro non l'aveva attratta la sua bellezza, che non c’era. Però forse era simpatico e intelligente. O forse no. Se solo fosse stato uno qualunque... In quel caso Joe il giardiniere l’avrebbe finalmente guardato con rispetto. Se solo avesse perso tutto, magari la verità sarebbe stata più vicina.

“Allora testina di vitello tonnato, sei tra noi?” lo interruppe Lillo dondolandogli davanti al naso un enorme bicchiere di succo di pesca più che allungato. “A cosa pensi mago della finanza?”
    “Agli affari,” rispose Cesco tutto serio. “Mi devo assolutamente buttare in un nuovo business. Al più presto.”