Sorridente come un malato

Phil sapeva nascondere benissimo le proprie gioie, ma non riusciva proprio a fingere entusiasmo quando non ne provava. E figurarsi cosa gliene fregava a lui dei ristoranti a tre stelle pneumatiche, delle mini-porzioni e degli champagne migliori. Migliori di cosa? Migliori di altri a loro volta migliori di altri. Eppure consigliare e servire quelle pietanze prodigiose era proprio il suo lavoro. Con tanto di maxi-conti e a volte persino delle mance decenti. Ma i clienti, loro proprio non li capiva. Cosa ci facevano lì? Altrove potevano benissimo mangiare a meno e di più. Soprattutto di più. Che poi di cose da farci,  se proprio si voleva spenderli i soldi in eccesso, se ne trovavano sempre: ad esempio dormire in un albergo extralusso con la piscina, l’idromassaggio e perché no, pure un bel massaggio di quelli veri, fatti a mani nude. Mani di fata di una fata, se possibile. Ma cenare lì no, era di troppo, era da spacconi. Avevano degli zeri che gli davano fastidio? Che li appioppassero a lui, piuttosto.

Comunque quella per Phil non era uva alla quale non poteva arrivare, la sua non era invidia. D’accordo, lui non si sarebbe mai potuto permettere nulla del genere, però credeva sul serio che quelle fossero robe superflue. Le robe vere, quelle che contavano, non avevano nomi esotici e nemmeno qualcuno che le cucinasse per lui. Le robe di valore valevano perché era lui a deciderlo, non perché c’era chi cercava di vendergliele. E delle volte sì, sarebbe piaciuto pure a lui comprare senza chiedere il prezzo, però non è che doverlo fare fosse poi così insopportabile. Ed era dignitoso. Forse più che non chiederlo mai. E inoltre lui era rispettoso. Rispettoso degli altri, anche dei super-ricchi, dopotutto non si tenevano il cibo tutto per sé e finivano per sparpagliarlo in giro, di modo che quelli come Phil potessero sopravvivere.

Ma per tornare alla prima frase di questo testo, a Phil non poteva interessare di meno la vita di quell’attore di Hollywood che si sarebbe seduto proprio ad uno dei loro tavoli. E cercava di inarcare le sopracciglia a mo’ di sbalordimento, ma proprio non gli riusciva. Al massimo gli scappava un sorrisino ebete, e la collega l’avrebbe considerato di compatimento se non fosse stata così certa che quello che stava raccontando era una bomba. Una bomba in pieno nelle palle di Phil, che soffriva nell’annuire con la costrizione sociale che gli impediva di aprire la bocca non per far vedere i denti, bensì per dire quello che davvero pensava. Ed era straziante in primo luogo la passione che ci metteva l’altra, assolutamente certa che quella fosse la notizia del giorno, macché del giorno, del mese, dell’anno, della Storia e per l’eternità.

E lei doveva pensare che Phil avesse un problema mentale, che fosse magari ritardato, che ci avrebbe messo un po’ ma prima o poi sarebbe scattato in piedi ad abbracciarla, per ringraziare lei e il Dio caritatevole che dava a tutti loro la possibilità di lavorare per un pezzo così grosso. Sì sì, proprio un pezzo… enorme. Sì uno che avrebbe poggiato il suo popò di popò su una fortunatissima sedia imbottita, e che avrebbe disperso i suoi santi germi in giro per l’intera sala, un luogo evidentemente benedetto. E magari, ad essere fortunati, quegli stessi bacilli sarebbero entrati in contatto proprio con lui e la collega, i prescelti, e li avrebbero infettati e fecondati, e loro tramite gli starnuti avrebbero diffuso quella beatitudine per tutta la cucina e oltre, se tutto andava bene persino a casa. 
    Phil leggeva tutto questo in quegli occhi di donna spalancati e lucidi e dalle pupille grosse come noci, per nulla preparate alla luce che presto le avrebbe accecate. E intanto la bocca di lei parlava e parlava e il tono di voce si alzava e alzava, sempre più acuto e fastidioso.

“Stiamo per vivere un sogno,” disse con un sospiro.

“Ah, sì?”

“Certo, un sogno meraviglioso.” Lei lo guardò con preoccupazione. “Ma stai bene? Hai la febbre? Non è che poi proprio domani non riesci a venire eh?”

“No stai tranquilla, ci sarò.”

“Bravo. Però curati, che secondo me hai qualcosa che non va.”

Phil annuì ancora, sorridente come un malato.