Dialogo: Ich bin ein Berliner

Berlino, 26 giugno 1963: ecco cosa potrebbero essersi dette due guardie del corpo di JFK.

 

“Ich bin ein Berliner.”

La gente urlò come se fosse stato segnato un gol all’ultimo minuto di gioco.

“Che cosa vuol dire?” chiese Bill.

“Vuol dire che è un berlinese,” rispose John.

“Ma non è vero!”

“Certo che non è vero.”

“E allora perché l’ha detto?”

“Che domanda idiota. Ti sembra che il capo dica sempre la verità?”

“No ma…”

“E allora non rompere.”

“Non rompo. Dico solo che non capisco perché l’abbia detto.”

“Per farsi osannare dalla folla no? È sempre così, qualsiasi cosa dica, vera o non vera. Che poi spesso nemmeno lui sa quel che dice.”

“Dici?”

“Dico!”

“E a ‘sti crucchi cosa gliene frega se il nostro capo è un loro concittadino o no?”

“E io cosa ne posso sapere? Non rompere.”

“Dico solo che non capisco. È come se uno di loro venisse da noi e dicesse: ‘Sono un americano.’ Io mi offenderei, io gli direi, no cicio tu non lo sei! Io lo sono, ma tu no. Che poi gli abbiamo fatto la guerra fino a vent’anni fa! Io non voglio che loro siano come me. Io sono americano e loro sono crucchi.”

“Anche il capo la pensa così, vuoi scommettere? Ma lo sai che gli fanno dire quello che vogliono.”

“Chi?”

“Non lo so chi, che domanda stupida! Certo che quando ti ci metti tu…”

“Il capo lo sa però.”

“Io non ne sarei così sicuro.”

“Quindi il capo non sa niente secondo te?”

“Io non so cosa sa e cosa non sa, e non lo voglio sapere.”

“Non ci capisco niente.”

“È normale, non ti preoccupare.”

I due guardarono il capo che salutava i tedeschi festanti.

“Ma in Vietnam dici che vinciamo?” chiese ad un tratto Bill.

“Certo che sì, è inevitabile.”

“E Fidel lo facciamo fuori prima o poi?”

“Consideralo già fatto.”

“Quindi a Cuba ci apriremo presto anche un Fast Food?”

“Sicuro, domani mattina!”

“Già, perché Dio è con noi.”

“Proprio così, vedi che quando vuoi ragioni pure tu…”

“Ma mi son chiesto una cosa: se noi Dio l’avessimo chiamato Allah, starebbe dalla nostra parte lo stesso?”

“Mi pare ovvio, noi siamo l’America.”

“Allora quegli altri lo chiamano nel modo giusto ma sono del paese sbagliato.”

“Esatto di nuovo! Mi sorprendi, sei sicuro di stare bene?”

“Sto molto bene grazie. Sono solo un po’ stanco. Sai, ogni tanto di notte non riesco a dormire. Mi chiedo delle cose ma non è facile rispondere. Per esempio, la butto lì, gli iracheni saranno per sempre nostri amici?”

“Ci mancherebbe, li abbiamo appena aiutati a compiere un fantastico golpe. Ci saranno eternamente grati! Ora e sempre, nei secoli dei secoli.”

“Mmmhhh sì, lo immaginavo.”

All’improvviso Bill scoppiò a ridere.

“E adesso cosa ti prende, sei pazzo?” chiese John.

“No, pensavo solo che se ci venissero contro sarebbe come se un negro diventasse nostro presidente. O magari una donna, ti immagini?”

“Che stupidaggini. Le donne poi. Ai fornelli sono e lì rimarranno sempre. Altrimenti, già che ci siamo, perché non facciamo sposare i malati di gaytudine o non liberalizziamo l’erba? Che robe vai a immaginare, dico io. Mi sa che sei matto sul serio.”

“Dai era per ridere.”

“Certo lo so. Ma ci sarebbe da piangere. Eccome! Io mi impiccherei all’istante.”

“Già, anche io... Posso farti un’ultima domanda?”

“Ti rispondo di sì ma tanto l’hai già fatta.”

“Che cosa?”

“L’ultima domanda. Era se potevi farmela. E l’hai fatta. Anzi, ne hai già fatte due.”

“Non capisco.”

“Lascia stare, è normale. Spara!”

“A chi? Il capo è in pericolo?”

“No deficiente tieni giù la pistola. Spara la domanda, idiota.”

“Aspetta di sentirla prima di dire che è idiota.”

“Oh santissimo onnipotente, dammi la forza.”

“Tu sei già fortissimo John, guardati un po’… Ma dicevo, secondo te, ‘sti europei da quattro soldi, saranno mai capaci di unirsi come abbiamo fatto noi?”

“Ma figurati! Stavolta l’hai sganciata proprio grossa e puzzolente. Con tutte quelle lingue e quelle religioni e quelle culture è già bello se non ricominciano a farsi fuori fra loro tra quindici giorni. Qua o ci pensiamo noi a dirgli cosa fare o questi si incasinano fino a crearsi un’unica moneta.”

“Magari prima o poi…”

“Per l’amor di Dio, rabbrividisco alla sola idea. Questi non sono alla nostra altezza, questi non sono americani degli Stati Uniti d’America.”

“Sono americani tanto quanto il capo è berlinese.”

“Esatto! Tu mi sconcerti, hai degli alti e bassi peggio che le montagne russe.”

“Lo so, grazie,” si pavoneggiò Bill. “Ah le russe però…”

“Le russe cosa?”

“Saranno anche bolscefiche comuniste ma io una botta gliela darei.”

“Io la botta la do in testa a te se non la pianti.”

“Scusami.”

“Adesso basta chiacchierare che tra poco dobbiamo accompagnare il capo a disinfettarsi le mani, con tutte quelle che ha dovuto stringere. Poveraccio.”

“Io non so chi glielo fa fare. È pericoloso. Ma meno male che ci siamo noi.”

“Infatti, ora lo portiamo al sicuro. Con noi al suo fianco sì che può dormire sonni tranquilli.”

“Certo, tranquillissimi!”