Gente di Milano

Pigiò il numero quindici e dopo un secondo di suspense le porte si chiusero cigolando. Un sospiro: quei due bambini sudati e schiamazzanti non avevano fatto in tempo a raggiungerlo. Così sotto una luce fioca e stanca più di lui, si guardò allo specchio. Ci vide due occhi cisposi, due narici pelose e due capelli ancora scuri. Stava per esaminarsi il collo quando l’ascensore si arrestò. Fece giusto in tempo a girarsi.

“Scende?” chiese una signora sull’ottantina.

Il signor Ramponi la guardò sorpreso. “No, sale...” disse. “Salgo.”

“Ah capisco, ma fa niente, vengo su pure io. Dopo scendo.”

“Come preferisce,” bofonchiò lui mal celando un certo fastidio. Quelle vecchiacce non sapevano nemmeno schiacciare il bottone giusto, quello con la freccia in giù. Era tanto difficile?

L’anziana gli sorrise. “Ha visto che bella giornata?”

La risposta non arrivò, anticipata dal lamento delle porte che si riaprivano.

Il signor Ramponi stava per uscire a testa bassa quando gli si parò davanti un omaccione grasso e grosso.

“Salve,” disse quello. “Scendete?”

“Io sì,” rispose l'attempata in tono accusatorio. “Ma il signore qua no, lui vuole salire.”

“Esattamente, io salgo al quindici,” tremò il Ramponi.

“Allora vengo con voi, sono solo tre piani. È un quarto d’ora che aspetto.”

“Succede sempre così,” approvò l'anziana. “E poi con una giornata del genere è proprio un peccato. L’ha vista anche lei?”

Il signor Ramponi si grattò la fronte maledicendosi per aver dimenticato in casa gli occhiali da sole. Se solo in cielo ci fosse stata qualche nuvola in più non avrebbe dovuto sopportare tutto ciò.

 

Ramponi scese per la seconda volta, occhiali da sole sul naso e sorriso sulla bocca. Si stava proprio bene per essere inizio maggio. La camicia a maniche corte faceva molto pensionato, d’accordo, ma dopotutto cosa gliene importava. Era proprio ciò che era diventato da qualche giorno: un pensionato. Un pre-pensionato per l’esattezza. Costretto ad esserlo, ma non sottilizziamo. In fondo quelli della società gli avevano dato un bell’incentivo: meglio prendere e salutare prima che ti diano solo un calcio nel didietro senza mollarti nemmanco l’elemosina.

Passando davanti al gabbiotto del portinaio quest’ultimo lo salutò. “Buon pomeriggio signor Bruno, come sta?”

Il Ramponi aveva imparato a non correggerlo più. All’inizio glielo diceva che il suo nome era Silvio e che non conosceva proprio nessun Bruno, però poi si era stufato. Oramai ne aveva viste e sentite troppe per impuntarsi su un nome che possedeva da soli 63 anni.

“Tutto bene, grazie signor Londra.”

“Mi chiami John, per piacere, glielo dico ogni volta.”

“Va bene.”

“Ma ha visto che bella giornata? Sapesse che testa mi ha fatto pochi minuti fa la signora Rincon, quella del quinto… Però ha ragione.”

“È vero, bisogna ammetterlo. Arrivederci.”

“Arrivederla signor Bruno, buona passeggiata.”

Silvio Ramponi si avviò verso la fermata del tram, che distava sì e no duecento metri. Mentre camminava attento a non calpestare cicche e cacche fuoriuscite da orifizi di animali di vario genere, ripensò al suo portinaio, il signor Londra. ‘Cosa diavolo si fa chiamare John se il suo vero nome è Giacomo? Capirei Jack…’

 

'Mah, misteri della fede,' tagliò corto i propri pensieri il Ramponi, comodamente seduto sul tram che portava in centro. Trenta minuti di tragitto. Una sola mezz’ora, ma lunghissima, già lo sapeva. Infatti dopo un paio di fermate accanto a lui che stava al finestrino si sedette una ragazza poco più che maggiorenne. Parlava al cellulare. Anzi no, urlava: “Ma tu non sai, tu non puoi sapere cosa mi ha detto Martina!”  Dopo qualche secondo di attesa alzò ancora di più il livello della sua voce squillante. “Ah ma l’ha detto anche a te? Ma ti sembra normale? No, ma io dico, cioè, ma l’hai visto il tipo? Io l’ho guardato e mi sono spaventata. È un cesso mai visto, cioè ma l’hai visto? Ah okay l’hai visto, ma dai non si può… Va bene che lei, cioè con tutto il bene che le voglio, però è bravissima, però dai lo sai…. Come non lo sai, cioè sì intendo, è bruttina… Però qualcosa in più di un cesso potrebbe anche trovarselo. Non dico come suo fratello, però… No ma non come il fratello suo del cesso, io dico il fratello di Martina. Tu non puoi capire, un figo! No ma tu forse non hai presente… Ah ma lo conosci? Come sarebbe era tuo compagno di banco? Sì ma no, cioè, forse, secondo me è bono forte… Ma quel cesso no, dai, su, è proprio un cesso!”

E con queste definitive parole la ragazza prese la borsetta firmata e si diresse di tutta fretta verso la porta che stava già per richiudersi. Ci mancava solo che saltasse la sua fermata. Comunque per non ritrovarsi ancora più sordo e scandalizzato il Ramponi si spostò sul sedile vicino al corridoio, come facevano i viaggiatori scafati che non ne volevano sapere di farsi avvicinare da chicchessia. Soddisfatto di se stesso chiuse gli occhi.

Un improvviso sentore di fresco (o di bagnato) sul piede lo risvegliò dal torpore. Si guardò le scarpe di tela e vide che a pochi centimetri c’era un cane. Un bulldog bavoso che lo fissava ansimante e con la lingua di fuori. Che alle volte gli avesse dato una leppata?  Ramponi si lasciò sfuggire una smorfia che durò giusto il tempo di uno sguardo al padrone: il grosso e grasso dell’ascensore al confronto era un soffio di brezza primaverile. Qua si parlava di un lottatore di sumo, come minimo. E quindi mica gli si poteva dire qualcosa a quel gentiluomo, nemmeno quando il suo dolce cane prese la scarpa destra del Ramponi come un cuscino. Vi si era appoggiato con la delicatezza di un facocero, sul fianco e con la saliva fatalmente, ininterrottamente attratta fuori dalla bocca dalla forza di gravità.

Per sua fortuna il Ramponi non doveva scendere in quel momento e anzi, venne anticipato da quella strana coppia: la montagna e il mare. Il mare gli aveva lasciato chiazze di spuma sulla scarpa, la montagna fortunatamente non era andata oltre ad una brutta impressione.
 

Infine eccolo, il parco prescelto per la gita del giorno. Era già il terzo quella settimana. Il lunedì era toccato al Don Giussani e il martedì al classico Sempione. Il mercoledì niente, si era sentito stanco ed inutile e non aveva avuto la forza di uscire di casa, neppure per fare la spesa. Perciò, dato che quando ancora lavorava pranzava in mensa con i colleghi e faceva le provviste al negozio all’angolo di volta in volta, gli era capitato di non trovare nulla nel frigorifero, se non una bottiglia di vino bianco piena per metà, una lattina di birra e un quarto di cipolla. Meno male che avevano inventato la pasta e il riso; la prima con un po’ d’olio d’oliva era mica male, il secondo con il resto della cipolla e un goccio di bianco era commestibile. Pasti improvvisati per un neopensionato che doveva improvvisare il futuro: si era messo a piangere.

E adesso il Ramponi se ne stava curvo su di una panchina con il solo obiettivo di farsi scaldare il cuore dal tiepido sole pomeridiano. Attorno a lui tante altre persone che non avevano nulla da fare e forse ancora meno da sognare. ‘E ora?’ si domandò. ‘Cosa faccio?’

“Signore per favore, ho fame, mi dai qualche soldo?” sembrò rispondergli un mendicante di mezza età.

“Mi dispiace, no guardi...”

L’altro lo guardò sì, come un carlino bastonato. “Ma lo dico per favore, per favore signore, io ho fame.”

“Non ho spiccioli, mi spiace. Non insista.”

“Per favore, per piacere signore fai la carità…”

“Non insista ho detto.”

Il mendicante liberò le sopracciglia dalla posizione a V rovesciata e andò in cerca di maggiore fortuna da un ragazzo che stava fissando il suo smartphone tre metri più in là.

Il Ramponi si sentì subito in colpa. ‘Forse avrei potuto dargli due euro,’ pensò. ‘Se avesse insistito magari glieli avrei anche dati...’

A quel punto, come per punizione, venne attaccato da uno sciame di moscerini. Una nuvola nera, densa e pulsante e schifosa. Roba da film dell’orrore. Roba da alzarsi in piedi e fuggire disperati.

“Era meno stressante andare a lavorare,” borbottò mentre a passo svelto usciva dai Giardini di Villa Reale e tornava su Via Palestro in direzione di Via Monte Napoleone. Qui udì un inconfondibile “Ta se propri un pirla! Ma va a ciapà i ratt va...” e qualcuno che in lontananza urlava: “Questi immiglati hanno lotto il casso!”

Sbalordito più che mai incrociò un paio di modelle alte e bionde che qualche anno prima l’avrebbero fatto saltare su, su sull’attenti. E ancora oggi non è che gli facessero proprio schifo, era un uomo in pensione va bene, ma pur sempre un uomo. Purché la pensione non comprendesse anche quella sfera lì… Sarebbe stato piuttosto triste. Cercò di pensare ad altro ma non si discostò di molto: ‘Una volta qua le russe già c’erano, però non c’erano pure i loro mariti, mi pare. Una volta sì che mi facevo dei bei giri da queste parti…” Il Ramponi c’era ricascato e camminando avanti volava indietro nel tempo, ricordando persino fatti mai esistiti. Però allora si stava meglio, questo sì, questo era poco ma sicuro. Questo era molto frustrante.

 Eppure Corso Vittorio Emanuele era sempre Corso Vittorio Emanuele e Piazza del Duomo era sempre Piazza del Duomo. E la gente? Beh quella era ancora tanta e di tutti i colori, e di tutte le forme e di tutte le provenienze. Ce n’era di ogni, ed era proprio questo il fascino delle metropoli di tutto il mondo. E Silvio Ramponi qualcuna l’aveva vista e vissuta, ma poi era sempre tornato a casa, attratto da un indissolubile vincolo filiale. Quella città un tempo era sua madre, suo padre e tutta la sua famiglia, per il semplice fatto che lì aveva una moglie, un figlio e un lavoro. Ora cosa gli era rimasto? Proprio nulla.

 

Di nuovo sul tram, tremante di vergogna per il suo presente, il Ramponi era costretto a rimanersene in piedi, colpito a turno da borse, zaini, trolley e sacchetti della spesa. Già, la spesa: fortunatamente quella mattina si era ricordato di farla e ancora più fortunatamente aveva preso pure due belle bottiglie di vino rosso. Gli sarebbero servite.

“Ma è scema o cusa l’è?” sbraitò un’anziana all’improvviso.

“Chi, io?” fece una giovane madre.

“Certo lei, con quel passeggino mi ha schiacciato il piede. Scema.”

“Ma come si permette?”

“Io mi permetto benissimo. E non risponda con quel tono sa? Si vergogni!”

“Ma si vergogni lei! Che alla sua età insulta le persone gratuitamente. Davanti ai bambini per giunta. Ma guarda un po’ te…”

“Valà, stia zitta che è meglio! Ma si può essere così maleducati? Io non so…”

“Le va bene che devo scendere. Se si sposta magari...”

L’anziana guardò negli occhi il Ramponi in cerca di comprensione, scuotendo la testa a mo’ di rimprovero per la gioventù bruciata che li circondava. E il Ramponi, che aveva assistito alla scena con disgusto, fece di tutto per sorriderle senza arrossire. Poi si voltò di scatto verso il finestrino. Eccola dunque la verità, era diventato uno di loro: un vecchio per gli stessi vecchi.

 

Tre squilli.

“Pronto?”

“Ciao figliolo, meno male che ci sei.”

“Ciao papà, va tutto bene?”

“Sì non ti preoccupare, va tutto che è una meraviglia.”

“Ti sento strano…”

“No figurati, non ti preoccupare. Sono o non sono in pensione finalmente?”

“Certo, è quello che volevi no?”

“Proprio così... E allora vedi che non potrei stare meglio.”

“Sono contento.”

“Anche io. E poi presto sarà Ferragosto e staremo insieme.”

“Che ansia con ‘sto Ferragosto papà, mancano tre mesi! Però sì in teoria dovrei tornare. Non lo so ancora per via del lavoro. Sai qua a Berlino non è che hanno le stesse nostre abitudini. Non proprio. Però cercherò di esserci.”

“Bravo figliolo. Ci conto.”

“Ah papà, prima che mi dimentichi… Ricordi che ci chiedevamo perché il nuovo portinaio ti chiama Bruno? “

“Sì.”

“Forse l’ho scoperto. Ho letto per caso un racconto di John Fante…”

“John?”

“Sì, John Fante. Si intitola Il dio di mio padre e uno dei protagonisti è un prete di nome Bruno Ramponi.”

“Davvero?”

“Proprio così. Lo so che non è una cosa normale… C’è strana gente in quel palazzo.”

“Cosa ci vuoi fare figliolo. È gente di Milano.”