Barcellona, come conoscere ostellani da spettacolo

Che non fosse del tutto normale me ne sono accorto quando lui, entrando nella camerata da 10 mi è passato a mezzo metro senza vedermi. L’ho salutato e lui si è risvegliato come da un incubo. Ha alzato il mento a dire “e questo cosa vuole”, si è seduto sul proprio letto, sotto il mio, e si è messo delle enormi cuffie sulle orecchie per scrutare il vuoto. E poi fissare il rasoio elettrico che avevo in mano. Ne sembrava affascinato. Io sono andato in bagno a utilizzarlo e poco dopo è entrato anche lui. Un nuovo veloce sguardo al rasoio e via verso uno dei vater. Quando ne è riemerso mi ha guardato e ha fatto come per andare verso l’uscita, si è rigirato e mi ha detto con tono accusatorio in inglese: “Lo sai, qualcuno me ne ha rubato uno uguale.”

L’ho osservato come lui aveva fatto prima con me. “Di certo non io,” gli ho risposto alzando le spalle, e ho ricominciato a radermi. Lui ha trattenuto una protesta e se n’è andato sbattendo la porta.

‘Sta a vedere che questo adesso mi frega qualcosa,’ ho pensato preoccupato. E mi è tornato alla mente un asiatico che in un ostello di Berlino esattamente la notte della prima elezione di Obama (ben diversa da quella di Trump), nel lontanissimo 2008, aveva pensato bene di prendere tutto il contenuto della mia trousse da viaggio per disporlo in fila sul davanzale della nostra finestra. Quando me ne ero accorto aveva avuto pure il coraggio di negare e lagnarsi, dicendo che era roba sua. “Certo,” gli avevo fatto notare, “hai tutte confezioni con scritte in francese e tedesco esattamente come in Svizzera?” Da lì in poi la trousse non l’avevo più lasciata in giro, anche se dopotutto quel tipo sembrava assolutamente innocuo, e probabilmente lo era. Ma questo qua? Chissà…

Comunque di gente particolare a Barcellona ne ho conosciuta altra: come il marsigliese apparentemente normale che una volta mi parlava in francese e quella successiva in inglese. Tanto da spiazzarmi e non sapere nemmeno più se dirgli “salut” o “hi”. È andato avanti così per tre giorni: alla fine mi è persino venuto il dubbio che pensasse che moi e myself fossimo due persone diverse.

E sempre della mia stanza (mista) ecco la newyorkese che mi ha chiesto come va. E io: “Bene grazie, e tu?”

“Sai cosa è successo?” ha singhiozzato.

“Cosa?” ho chiesto con il tono “ohmadonna”.

“Sono venuta qua per trovare un amico e per andare insieme a questo festival che c’è oggi pomeriggio. E lui sai cosa mi ha risposto? Che piove e non ha voglia. Abbiamo litigato. Ma io voglio andarci e ho due biglietti. Se vuoi vieni tu al suo posto…”

E io con il tono “maancheno”: “Eh grazie ma ho già pianificato un giro sulle Ramblas e a Barceloneta.”

“Ho pure cambiato sistemazione per lui, andiamo in una doppia.”

“Ah bene.”

“Sono tutti così gli spagnoli?”

Ho sbuffato con tono “ehcaramiamacheneso”.

Si è messa a piangere a dirotto e io non sapevo cosa dire, ci avevo parlato sì e no tre volte prima, e infatti non ho detto nulla. Lei si è dirottata insieme alla sua pioggia non so dove.

Per non parlare dell’australiana che prima fa come per abbordarti come un’assatanata, poi d’improvviso ti comunica angelicamente che il suo ragazzo dovrebbe raggiungerla a breve… Va benissimo, ma se parli languidamente a tre centimetri dalla bocca di qualcuno prima o poi quello potrebbe fraintendere, e tentare di intendersela con te…

E meno male che non ha conosciuto quest’altro: lui che fosse un donnaiolo l’ho capito ieri, quando in un locale del centro l’ho visto baciare due diverse ragazze americane dell’ostello. E una delle due, se tanto mi da tanto, è una uomoiola dato che l’ho beccata con due ragazzi (uno per l’appunto Casanova, quello di cui sopra, e l’altro un tedesco che oltre ad essere inguardabile sarebbe pure in procinto di sposarsi). Ma questa sera, dopo ore e ore passate a visitare la Sagrada Familia e il Park Güell, tutto mi sarei aspettato tranne che entrare nella nostra camerata per venirne scacciato frettolosamente.

“Hey amico come va?” mi fa Casanova quando apro la porta. Intanto vedo un’ombra che scappa sul balconcino lì vicino.

“Ho i piedi a pezzi, e tu?”

“Sì sì bene, puoi concedermi cinque minuti?”

Non afferro subito. “Cinque minuti?”

“Sì,” e si fa capire a gesti. “Grazie.”

Quando un’ora dopo (superultraottimista per lui) torno, eccolo mezzo nudo sotto le coperte.

“Amico, grazie per prima,” mi dice. “Tu non sai, quella là è una malata,” sembra lamentarsi.

È tanto provato che più tardi non uscirà. Lo farà invece la sua amica che si ributterà sul futuro sposo crucco il quale a sua volta non se lo farà ripetere mezza volta. Scommettiamo?

E io, che non amo la fantascienza ma la vita reale sì, mi godrò un nuovo spettacolo…

 

N.B.: Testo scritto sul telefonino mentre assisto a svariate partite di beer pong dopo le quali i perdenti vengono umiliati con improbabili tatuaggi in ancora più improbabili parti del corpo.

N.B. bis: Per chi se li fosse persi in passato ho parlato di altri compagni d’ostello particolarmente interessanti conosciuti a Toronto, Boston e Miami.