Copenhagen-Paris: (un)enjoy your flight

Che non sarebbe stato un volo divertente me l'aveva suggerito la signora che era entrata nella sala d'attesa del gate piangendo a dirotto. Con lei il marito, che le sorrideva imbarazzato, un bebè che se ne sbatteva altamente di tutto forse sognando la pappa, e un'anziana matrona vestita a lutto che si occupava di porgere fazzolettini. Forse stavano andando ad un matrimonio, ma non credo. 
Sull'aereo poi ecco la lezione di autocontrollo. Per me, non certo per un manipolo di bambini disturbatori (e per quanto ne so pure disturbati) che correvano e saltavano e cantavano e sembravano fatti di ecstasy. Nemmeno l'allegro Masini sparato nelle orecchie riusciva a tenermeli lontani (ma una sua canzone mi aveva suggerito dove mandarli)... Disperato.
Se non altro la bottiglietta piena d'acqua che mi era scappata mentre mettevo lo zaino nella cappelliera era stata deviata da una mano divina sul bracciolo della mal (anzi, ben) capitata che sotto di me rischiava un bel bernoccolo in testa. Sorridente, mentre mi restituiva quell'arma potenziale, non si rendeva conto del rischio corso. 
La parte più interessante era stata comunque la presentazione delle norme di sicurezza fatta in spagnolo, inglese e francese. Esattamente le lingue che avrei parlato durante quello strano tour europeo che stavo compiendo. Avevo infatti deciso di tagliare il continente di traverso partendo da Copenhagen per arrivare a Barcellona passando da Parigi. E quella era la prima tratta, da capitale danese a capitale francese. Nemmeno due ore di assoluta tranquillità, mi ero detto… Certo, come no!

Mentre quei bambinetti scatenati mi trapanavano non solo i timpani, la mia vicina, una classica stanga nordica, mi deliziava l’olfatto masticando una ciuingomma al cavolfiore o simili (grazie al cavolo). 
Ma per finire, come mi aveva suggerito quel brioso di un Masini, mi ero messo cuore e mente in pace andandomene in fuga dalla realtà: e chi se ne frega.