Con Kerouac in mano

Avevo Kerouac in mano ed era sera e non riuscivo a concentrarmi. E avanzavo di due o tre righe e ritornavo su e ridiscendevo, e su e giù. A sinistra e a destra e su e giù e Charlie Chaplin mi fissava dall'alto e sembrava non approvare. E il pensiero era altrove, a Parigi, all’attentato che pareva esserci appena stato. E al volo che avevo preso da poco e che mi avrebbe portato proprio là, tra due settimane esatte. E mi chiedevo dove sarei andato dopo, se a Bruxelles o a Barcellona o dove. A casa forse, ma così presto? E il termosifone che pompava calore duro si sentiva ronzare e faceva a gara con il frigorifero che pompava gelo ancora più duro. E la luce sulla mia testa era fioca e il librone era così fitto e ostico che mi andava insieme la vista e gli occhi mi si seccavano. E la cioccolata non era un granché e mi aveva lasciato uno strano sapore in bocca e l’acqua del rubinetto era bevibile ma niente più e il succo d’arancia era poco, bastava a malapena per la mattina dopo, dopo il caffè. E poi avrei dovuto fare la spesa e pranzare e tagliarmi le unghie e farmi la doccia e prepararmi per il venerdì sera. Eccomi a chiedermi cosa sarebbe successo, e chi avrei conosciuto e cosa avrei bevuto e che ore avremmo fatto. L’alba, il tramonto, la pioggia, il vento, niente era immaginabile, tutto era ipotizzabile. E io ero lì, con le gambe allungate sul tavolino traballante e con la testa sul cuscino del divano che funzionava meglio come letto che come divano. E con la mano libera mi grattavo la barba, e mi toccavo un brufolo, e mi sparpagliavo i capelli, e mi frugavo nelle tasche in cerca di certezze e non riuscivo a stare fermo e non avevo più voglia di leggere ma non c’era niente di meglio da fare, se non pensare, ma quello era faticoso e tutto ciò che mi veniva in mente non aveva senso e nemmeno io avevo senso. Mi misi in bocca un altro pezzo di quella cioccolata danese (famosissima) che doveva avere anche delle nocciole, da qualche parte, ma non le trovavo eppure nell’immagine sulla confezione verde c’erano. E il verde era, anzi è, il colore della cioccolata con le nocciole, lo sanno tutti. E della speranza che quelle nocciole ci siano sul serio, e della speranza che la vita abbia un gusto migliore. A volte lo ha, in quel momento chissà. E chissà domani, le feste, le birre, le ciance, le ragazze, le musiche, i giochi, i futuri. Poi, più in là, sarebbe arrivata Paris e un’altra e un’altra e un’altra ancora. Ma prima c’era da assaporare il presente, senza stress e senza inganno. C’era da farlo con Kerouac in mano.