Simil-intervista a una signora di Holguin

Per l’ultimo spostamento interno del mio viaggio cubano sono costretto ad affidarmi a un taxi collettivo (diverse persone che vanno nello stesso posto dividono la spesa). Avrei volentieri preso un autobus come sempre, ma a causa del violento ciclone scatenatosi nella zona in ottobre, la strada diretta seppur tortuosa che collega Baracoa a Holguin è interrotta: dove vuoi andare se un ponte è crollato nel fiume? In realtà c’è chi fa comunque quella strada, supera il torrente con una barca (o, dice qualcuno, in groppa ad animali vari oltre che veri), e riparte con un’altra vettura. Esperienza interessante che mi sarebbe piaciuto fare, ma devo essere a destinazione entro domenica sera e siamo già a sabato, non mi posso permettere eventuali contrattempi. Così via per una via (passante per Guantanamo) alternativa e in fin dei conti poco più lunga. Soprattutto se al volante c’è un tipico pilota pazzo cubano che si ricorda dei limiti di velocità solo quando in lontananza scorge dei posti di controllo (ogni tot chilometri due poliziotti fanno rallentare chi sopraggiunge, apparentemente solo per salutarli).

Sul sedile posteriore e spiaccicato contro la portiera da due altri giovani che come me volano in continuazione da destra a sinistra e viceversa, mi maledico per aver fatto colazione. Lo stomaco non ringrazia, ed è un miracolo se non si rivolta del tutto.

Ma di buono c’è (oltre alla rapidità dello spostamento) che vengo lasciato direttamente all’indirizzo della mia prossima e ultima casa particulare, dove trovo ad attendermi una grossa signora sulla sessantina, sorridente e gentilissima. Mi fa accomodare al tavolo da pranzo e davanti ad un succo di guava fresco inizia a parlare come se ci conoscessimo da sempre.

“Sai che è morto Fidel?” mi chiede.

Ancora con questa domanda! Come si potrebbe non saperlo? “Sì,” dico cupo.

“Per me è stato un dolore molto forte, anche se non approvo il regime…”

“Mmmhhh?” faccio perplesso.

Si aspettava questa reazione. “Ti spiego: mio padre e mia madre erano molto poveri, ed essendo neri venivano sfruttati dal dittatore precedente, Batista. Ricordo che ero una bambina a quei tempi. Poi è arrivato Fidel e le condizioni dei neri, compresi i miei genitori, sono migliorate. Non tantissimo, ma un po’ sì. Capisci, io ho visto la mia famiglia stare meglio per merito di Fidel. Per questo l’ho sempe ringraziato.”

“Però?”

“Però da allora le cose sono rimaste immutate, immobili. D’accordo, scuola e sanità sono gratuite, eppure i problemi restano molti. Ad esempio se io ho mal di gola e chiedo delle pastiglie, mi viene detto che sono finite. E così per tutti i malanni considerati minori. Trovano una scusa per non darti quello di cui hai bisogno. Perciò sei costretto a rivolgerti alla medicina naturale come un tempo o al mercato nero, che ovviamente costa, e anche tanto…”

“Capisco.”

“Già, e il mercato nero è fondamentale per qualsiasi cosa. Se tu vai in un negozio normale e cerchi una tintura particolare per il bagno devi aspettare anche 3 mesi prima che forse ti venga data. Se vai al mercato nero invece te la danno subito. Funziona tutto in questo modo. Quindi non funziona.”

“Bisogna avere i soldi…”

“Sì, ma chi ce li ha? Mio marito faceva l’ingengnere e guadagnava 550 pesos al mese. Sono 22 CUC! E aveva una certa responsabilità…”

Annuisco avendo sentito parlare di stipendi ancora peggiori, però non riesco a non pensare che quella notte lì da loro me ne costerà 25, di CUC…

“E tutto è caro,” si accalora la signora. “Una papaya costa 1 CUC! Come si fa?”

“Non lo so,” dico sinceramente.

“E noi sappiamo come funziona all’estero perché ci siamo stati. Mio figlio ha sposato un’austriaca e ora lavora a Vienna. Una volta ci ha invitati. Qua le autorità non ne sono stati per nulla felici. A mio marito è stato detto: ‘Se vai ti licenziamo.’”

“Davvero?”

“Si. Per fortuna mancava poco alla pensione e siamo andati lo stesso. E adesso mio figlio vorrebbe che ci trasferissimo là anche noi ma io ho detto no. Sono nata qua e voglio morire qua! Anche se le cose non cambieranno mai.”

“Ma magari adesso con Raul…”

“No, lui è esattamente come Fidel. E anche dopo che sarà morto Raul ne arriverà un altro come lui. Lo avrà già scelto. E così via. Noi restiamo in attesa ma non ci sono speranze.”

Sospiriamo in coro.

“Io vorrei tanto un cambiamento,” prosegue. “Però non sono una reazionaria. E non dovrei dirti queste cose. Là fuori ci sono le Forze di intervento rapido.”

“Le cosa?”

“Le Forze di intervento rapido. Controllano tutto e tutti.”

“Ah…”

“Proprio così. Come forse sai, durante le giornate di lutto per Fidel non si poteva ascoltare musica né bere né fare alcunché di divertente. Nonostante questo la figlia della nostra vicina di casa aveva la musica a tutto volume. Ecco, sono andati a prenderla immediatamente e l’hanno portata via. Così, in un attimo.”

Faccio una smorfia di sbalordimento.

“Ma forse sarai stanco dal viaggio,” si risveglia improvvisamente come da un sogno. “Scusami, parlo troppo, lo dice sempre anche mio marito. Adesso ti mostro la stanza.”

Ecco dunque la fine di una mezza intervista improvvisata che mi resta appiccicata al cervello anche più tardi, mentre dall’alto di un monte osservo la bella e apparentemente sonnolenta Holguin addormentarsi alla luce del tramonto. E sono contento di quel quasi-monologo perché finalmente, a due soli giorni dalla fine del mio lungo viaggio, riesco a capire qualcosa in più di questa strana e imperscrutabile isola. 

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