Cuba, come farsi ritirare il passaporto

“Basta così! Le ritiro il passaporto,” mi dice l’uomo in uniforme.

“Come…” balbetto. “Perché?”

Mi guarda severo, seduto sul divano di fronte al mio. In mezzo a noi solo un tavolino da salotto. “Perché dobbiamo capire cosa è successo esattamente la scorsa notte. La signora Sol, qui…” indica la padrona della casa particulare in cui alloggio, che è sistemata vicino a me, più agitata di me. “Questa signora ci ha chiamati preoccupata perché lei non è tornato a dormire. Aveva paura le fosse successo qualcosa di grave. Capisce?”

“Sì capisco,” faccio affranto ritrovandomi di colpo in una situazione paragonabile a quella vissuta due mesi fa all'aeroporto di Chicago (raccontata qui), con la differenza che stavolta non ho le capacità linguistiche per cercare di cavarmela. “Mi dispiace molto… Ma non è successo niente,” riesco a dire a fatica. 

“Questo lo sostiene lei. Io però non le credo.”

“Sì che dico la verità,” cerco di confermare. Vorrei spiegarmi meglio ma non ci riesco. Guardo la signora Sol in cerca di un aiuto che non mi può dare.

“Va bene, allora riproviamoci ancora una volta,” sospira il maresciallo o sergente o quello che sarà poi. “Dov’è stato la scorsa notte?”

“In casa di amici cubani conosciuti ieri.”

“E dove si trova questa casa?”

“Dopo lo stadio, passato il Rio del Miel,” mi sbraccio non so bene per quale motivo.

“E questi amici quanti erano?”

“Quattro,” mento. Erano dieci? Non li ho contati…

“E come si chiamano?”

Ho un clamoroso vuoto di memoria, forse a causa del nervosismo. “Ricordo solo un nome: Lionel.” Ma mi rendo subito conto di aver nominato l’unico che alla festa in realtà poi non è venuto. Ed è pure l’ultimo che vorrei mettere nei guai.

“Come fa a non ricordarsi gli altri?”

“Non lo so, non li ricordo…”

Mi osserva perplesso per un istante. “Ok. E come è fatto questo Lionel? Quanto è alto? Magro o grasso?”

“Normale. Praticamente è come me,” rimento, per paura che possa capire di chi si tratti se gli dico che è un mezzo nano (non nel senso che è alto la metà, ma che è alto tre quarti rispetto alla media mondiale, chiaro no?).

“E gli altri chi erano? C’erano delle ragazze?”

“Sì una… Ma non stava con me!” mi affretto a puntualizzare sapendo che qua vedono prostituzione a ogni angolo. “E poi c’era la madre, quella che ha fatto gli anni.”

“Quindi conferma che era una festa di compleanno?”

“Sì.”

“Ed è durata tutta la notte e fino ad ora…” guarda l’orologio ostentamente. “Sono le diciannove. Dunque ventiquattro ore di festa?”

“Esatto, quasi.”

“E ha dormito?”

“No…” dico pensando che il fatto di dormire non ufficialmente in un posto possa essere ritenuto grave.

“Come no?” si sorprende.

“Cioè sì, due o tre ore su di un divano…” mi correggo.

“Sul divano eh?” fa dubbioso. “E cos’altro può aggiungere?”

Esibisco una smorfia. “Niente,” mento stavolta solo parzialmente, nel senso che anche volendo non sarei riuscito a spiegarmi.

“Come possiamo trovare questi suoi amici?”

“Non lo so.”

“Così non va bene. Noi dobbiamo parlare anche con loro, per capire cosa è successo.”

“Mi dispiace…” cerco di rabbonirlo.

“Anche a me,” si dà una pacca sulle cosce e fa per alzarsi. “Adesso porto via il suo passaporto e domani mattina viene nei nostri uffici alle otto in punto, mi raccomando! La signora Sol le spiegherà come arrivarci.”

Non posso far altro che annuire. “Okay.”

“Spero che domani mi dirà la verità,” si congeda simpaticamente.

Io e la signora Sol lo seguiamo con lo sguardo mentre sale su di un auto scassata degli anni ’70.

La signora mi si avvicina. “Scusami, ma ho dovuto chiamarli. Non sapevo dove fossi… e se ti fosse successo qualcosa?”

“Scusi lei,” le dico sinceramente.

Mi abbraccia per un paio di secondi. “Comunque vedrai che si risolve tutto,” bisbiglia. “Non ci saranno problemi.”

“Lo spero,” dico preoccupato ma nemmeno troppo. In fondo cosa può succedere? Al massimo dovrò pagare una multa per il disturbo. Mica mi rispediranno a casa tre giorni prima della mia reale partenza… Solo per non aver dormito dove avrei dovuto? Cosa siamo, all’asilo?

 

Il mattino seguente la sveglia suona puntuale alle sette. Alzandomi non posso fare a meno di pensare che 24 ore prima ero ancora nel bel mezzo dei festeggiamenti e si era già sparsa la voce che avremmo comprato un puerco per il pranzo. Sorrido.

La signora Sol bussa alla mia porta per assicurarsi che io mi sia svegliato. “Sicuro di non voler fare colazione?” mi chiede.

“Sì, un caffè è sufficiente. Grazie.”

“Allora te la preparo per quando torni?”

“Va bene. Grazie mille.”

Dopodiché, con l’aiuto di un pezzo di carta e una penna mi spiega come arrivare agli uffici dell’immigrazione. Non sembra impossibile.

“Però quando arrivi da quelle parti chiedi a qualcuno…” mi dice.

Inarco le sopracciglia. “Perché? Non c’è un’insegna?”

“No. Devi chiedere.”

“Ok,” sospiro sperando di trovare un buon samaritano.

E in realtà ne trovo diversi, peccato che mentre uno mi manda a destra, il seguente mi dice di tornare a sinistra, e così in quattro occasioni. Mancano due minuti alle otto e inizio a sudare. Mi avvicino a una ragazza in fila per qualcosa. Quando apro bocca lei mi guarda spaventata e fa di no con la mano. D’accordo che hanno il terrore di venire prese per prostitute, ma mica avrò la faccia di uno che ne cerca in pieno centro a quell’ora del mattino! Mi rivolgo allora a un vecchietto che la precede e lui mi fa di andare tre porte più giù ed entrare nella quarta. Lo ringrazio e mi incammino. Già, ma la quarta è un portone aperto su di un atrio pieno solo di calcinacci e di un divano semisfondato. Mi guardo indietro e il vecchietto mi segnala con la mano che è proprio lì. Gli faccio un mezzo inchino di ringraziamento e vado all’avventura. Avanzo nella penombra fino a giungere a un corridoio che dà su alcune stanze. Da una di esse esce una luce artificiale. Qui, seduto ad una scrivania, trovo il colonnello o generale o cosa sarà poi.

“Buongiorno,” gli dico timoroso.

“Cosa ci fa qua?” mi chiede. “Vada a sedersi nella sala d’aspetto.”

“Va bene.” Ma di cosa starà parlando, del divano scalcagnato? Mi rispondo di sì e mi ci accomodo (si fa per dire).

Dopo qualche minuto sento che mi viene urlato qualcosa. Lo prendo come un invito e torno nell’ufficio.

L’uomo in uniforme mi squadra. “Dormito bene?” fa poi.

Che razza di domanda è? Per vedere se sono nervoso? “Sì, molto bene, grazie,” ostento tranquillità.

“Allora si è ricordato qualcosa in più?”

“No.”

“Va bene. Dobbiamo trovare questi suoi amici. Sa spiegarmi come arrivare a casa loro?”

“So solo che è dopo il fiume.”

“E poi?”

“E poi da qualche parte sulla sinistra.”

Prende appunti su di un foglio mentre il vecchio computer che gli sta davanti, spentissimo, credo serva solo da decorazione.

“Se adesso ci andassimo insieme in macchina, in questo posto?”

“Non credo che lo troveremmo. No, non penso…” dico sinceramente.

Scuote la testa. “Che guaio…”

Per mia enorme fortuna proprio in quel momento entra il suo superiore che gli domanda cosa stia succedendo. Dopo la spiegazione gli consiglia/ordina di lasciar perdere.

Il mio ‘accusatore’ non ne sembra molto felice. “Per questa volta le è andata bene,” mi dice. “Ma che non capiti più!”

“No, claro.”

“Qui ci sono delle regole. Se dice che dorme in una casa poi deve dormire effettivamente in quella casa. Non può fare come vuole. Ha capito?”

“Si,” assicuro. “Prima non lo sapevo ma ora l’ho capito.”

“Ottimo.” Mi porge il passaporto e si rimette a scrivere sul foglio precedente. Dopo qualche secondo rialza lo sguardo come per dirmi, che diavolo ci fai ancora qui?

Sorrido imbarazzato. “A posto così?”

“Le ho detto di sì. Arrivederci.”

Non me lo faccio ripetere una terza volta. “Adios!”

Tornato alla luce inspiro forte la calda e salmastra aria di Baracoa. È stato più semplice del previsto. E non ho nemmeno dovuto pagarli per il disturbo (o la generosità)!

Mentre torno dalla signora Sol per fare colazione mi pongo un’unica domanda: stasera a che ora è l’appuntamento con Lionel, Hulk, Sandra e tutti gli altri?