Baracoa, come far festa per 21 ore

Eccolo il nostro puerco. Trascinato per le zampe di dietro e urlante come un bambino. Il suo lamento sembra un pianto disperato. Avrà capito a cosa sta andando incontro? Forse chiede aiuto, sì, ma a chi? Non di certo a me, che non ho neppure il coraggio di guardare. E mi tapperei volentieri le orecchie.

Non me ne rendo bene conto ma presto una parte succulenta di quell’essere (ancora) vivente passerà per le mie papille gustative e giù fino a riempirmi lo stomaco. Chi l’avrebbe mai potuto immaginare solo qualche ora fa?

Partiamo dall’inizio: sono circa le 22 quando, pronto per uscire, saluto la signora Sol, padrona della mia ennesima casa particulare.

“Solo una cosa,” mi ferma. “Se per caso stasera trovi una ragazza e la vuoi portare qua…”

“No, ma non penso…” mi imbarazzo.

“Sei fidanzato?”

“No, ma…”

“E allora ascoltami,” mi sorride dall’alto della sua esperienza (e della sua preveggenza?). “Dicevo, se la vuoi portare qua non ci sono problemi, però dovresti svegliarmi così mi lascio dare i suoi dati. Sai, per sicurezza, almeno siamo certi che non ruba niente né a te né a me.”

“Va bene,” annuisco.

“Ottimo. Allora buon divertimento!” mi abbraccia prima di chiudermi la porta alle spalle.

Sorpreso (nessuno ancora mi aveva dato istruzioni di quel genere) mi incammino verso il centro di Baracoa, cittadina di mare nell’estremo oriente di Cuba. Un luogo incantevole se non fosse che meno di tre mesi fa l’intera area è stata spazzata da un violentissimo ciclone. Un duro colpo per la gente e le sue opere materiali, e per il paesaggio e le sue opere naturali. Ma la situazione sta migliorando, le abitazioni a poco a poco vengono ristrutturate mentre le palme spoglie tentano di rivestirsi. La piazza principale è già stata rimessa a nuovo, fresca e colorata come le notti cubane.

Questa non fa eccezione e nonostante si sia nel bel mezzo della settimana i locali sono pieni. Mi concedo una lattina di buona birra Bucanero da 1 CUC e mi accomodo su di una panchina a guardare il via vai di indigeni e turisti (pochi). Come al solito i pstpst, i mumumu, i fiufiu si mescolano alla musica proveniente da ogni angolo. Un giovane strimpella una chitarra cantando ‘La mia storia tra le dita’ di Grignani, in spagnolo ovviamente. Lo ascolto volentieri, contento che non abbia optato per i più comuni (da queste parti) Ramazzotti o Pausini.

Dopo un’altra Bucanero raggiungo la vicinissima Casa della Trova (un’istituzione in qualsiasi città dell’isola): davanti alle sue porte e finestre spalancate decine di persone ballano, bevono, chiacchierano, ridono. Non passa un minuto che due ragazzi mi salutano. Uno ha la stazza di un wrestler, sembra Hulk Hogan, e l’altro è l’esatto opposto, somiglia piuttosto a Lionel Messi. Stanno festeggiando il compleanno della madre e mi invitano a bere con loro tre. Ben presto Hulk mi prende le spalle con le sue dodici dita. Avete capito bene, dodici! Attaccati ai mignoli ha infatti altri due salsicciotti flaccidi: non proprio uno spettacolo per stomaci irritabili. Mi chiede un favore: posso comprare una bottiglia di Havana da 7,50 CUC così da continuare la festa? Mi dico ma sì, crepi l’avarizia! E così eccoci lì a spartirci 40 gradi alcolici lisci senza sentire il minimo bisogno di aggiungerci della Coca Cola o altro. All’una il locale chiude e ci spostiamo verso un altro che tiene aperto 24 ore su 24. Qui ci sistemiamo all’unico tavolo libero, al quale si aggiungono altri loro amici. Vicino a me fanno sedere una ragazza. Carina e simpatica nonostante pure lei abbia bisogno del mio portafogli per un pacchetto di sigarette da 90 centesimi e un’altra bottiglia di rum per tutti, anche di una marca minore, fa niente, costa solo 4 CUC. Eccoli lì, gli dai un’unghia e si prendono il dito. Dovrei dargli il medio… mi stanno intrappolando, lo so benissimo eppure me ne frego. E si va avanti così fino all’alba.

La ragazza, Sandra, mi spiega che abita lontano dal centro e mi chiede se non può venire a casa con me. Le espongo le condizioni.

“Ah, allora no, non è il caso,” mi dice.

“Come mai?”

“Perché lavoro per il governo e non posso far risultare che dormo con un turista. Capisci, se controllano finisco nei guai.”

No, non capisco. “Ma come?”

“Qua funziona così. Noi non possiamo andare con gli stranieri. È una cosa vista molto male.”

A questo punto si intromette Hulk. “E se andassimo tutti da me? Continuiamo la festa e ci compriamo anche un bel puerco!”

Titubo.

“Lo paghiamo a metà,” mi strizza l’occhio. “Tu 40 CUC e io 40…”

Sandra è entusiasta. “Sì sì dai!”

Non so davvero cosa fare ma un sorso di rum e la consapevolezza che tra cinque giorni dovrò tornare in Europa mi convincono. 

Trasciniamo a fatica la madre ultrasbronza verso un’auto scassata, non so di chi, e partiamo tutti tranne Lionel, che deve tornare da sua moglie che lo aspetta da ore, probabilmente con una mazza in mano. E come se non bastasse il giorno dopo (cioè oggi) deve portare a spasso i due figli.

“Quanti anni hai?” gli chiedo.

“Eh, 25…” sospira.

Io rabbrividisco. 

 

La casa di Hulk è in realtà una mezza baracca polverosa fatta di una sala con tanto di cucinino e due stanze. Da una di esse escono insonnolite la moglie (stupenda) con in braccio un neonato e la figlia di 5 o 6 anni. E il bello è che si uniscono alla baldoria, tra bottiglie di rum e di birra, come se nulla fosse, dimendandosi al ritmo dei successi musicali del momento: La Salsa Es Aqui, Hasta Que Se Seque El Malecon, Pa’ La Camara, eccetera.

I più attenti si saranno accorti che non ho parlato di bagni… Infatti non ce ne sono, o meglio, in ‘giardino’ c’è un simil-capanno per gli attrezzi con al centro un simil-pozzo. Per quanto mi riguarda è inutile chiedersi dove finisca cosa e come ne esca… E per lavarsi le mani bisogna chiedere l’aiuto di qualcuno che ti versi l’acqua da un secchio mentre ti insaponi.

Insomma, quasi senza accorgercene arriviamo alla scena straziante del maialino trascinato per le zampe mentre una decina di persone di tutte le età bevono e ballano illuminati da un sole già alto e infuocato.

 

Mentre il puerco cuoce Sandra e io andiamo a dormire su di un materasso che non voglio sapere quante ne abbia viste e sentite.

Al risveglio, ancora stanchissimi, mi prega di regalarle il mio telefonino.

“Perché dovrei?” le domando.

“Così ci possiamo sentire anche quando te ne andrai. Altrimenti come facciamo?”

Alzo le spalle. “Non saprei…”

Mi scruta con gli occhi umidi. “Non vuoi restare in contatto?”

“Non ho detto questo, però il telefonino non posso dartelo, costa troppo.”

“Allora regalamene un altro. Ho un amico che li vende a 100 CUC.”

“Ci penso eh…” mento.

 

Verso le 16 veniamo chiamati a pranzare. L’attesa è stata lunga ma ne è valsa assolutamente la pena: è buonissimo! E devono fiutarlo anche i quattro cani randagi che scodinzolano in giro per la casa come iene affamate.

Per le restanti due ore e mezzo mi trascino di qua e di là, chiedendomi come sia possibile che di giovedì nessuno lavori e come diavolo io abbia fatto a passare tanto tempo con persone sconosciute che non parlano altro che lo spagnolo quando io quella lingua la so solo improvvisare (e male). E con una ragazza appena incontrata che insiste per avere un telefonino perché altrimenti non ci vedremo mai più e sembra sincera sul serio anche se molto probabilmente vuole solo il mio dinero. Fatto sta che non ho nessuna intenzione di darglielo.

Poi giunge finalmente il momento di mollare il colpo e tornarsene ognuno a casa propria. Saliamo su di un calesse e trainati da un cavallo raggiungiamo la città: vengo lasciato a un centinaio di metri dalla mia casa particulare 'per sicurezza', promettendo a tutti che ci vedremo l’indomani.

A piccoli passi e un po’ stordito, mi avvicino all’entrata. Dietro la porta aperta intravedo un uomo in uniforme. Un poliziotto, un militare o qualcosa del genere. Mi fissa come se mi stesse aspettando… 

 

Continua…