Da Camaguey a Santiago tra pensieri, attese e digiuni

Due uova strapazzate, pane, burro, marmellata di guava, macedonia, ‘prosciutto’, ‘formaggio’, caffè, latte caldo e succo di fruta bomba (papaya): eccola la colazione di oggi e di molte altre mattine cubane, con poche variazioni. Tanto abbondante che spesso e volentieri salto il pranzo o mi accontento di un gelato. Perché dirvi questo? Semplice: fino a sera non ho speranze di mangiare molto altro. Alle 13:20 ho l’autobus per Santiago, il che significa che mi dovrò presentare alla stazione di Camaguey un’ora prima. Sì perché qua i biglietti si possono solo riservare con uno o più giorni di anticipo per poi comprarli effettivamente poco prima della partenza (unica eccezione L’Avana, dove fanno come da noi). Sistema non troppo malvagio in fin dei conti, soprattutto se non sai esattamente quando vuoi partire.

“Oggi rischi di metterci un po’ più delle 7 ore previste…” mi dice con ottimismo il padrone dell’attuale casa particulare mentre mi ingozzo di vitamine.

“Perché?” chiedo preoccupato.

“La carovana di Fidel è ripartita da poco e fa esattamente la stessa strada che farai tu…”

“Eh vedremo…” sospiro con un po’ di fatalismo che in questi casi non fa nemmeno male. Dopotutto quello che a me interessa è riuscire a partire e arrivare a destinazione, poi quello che ci sta in mezzo conta relativamente. Se mi dovessi angosciare per tutto sarebbe finita…

Il mio bici-taxi mi aspetta davanti al portone alle 12 precise. Saluto come sempre chi mi ha ospitato con un po’ di nostalgia preventiva e mi isso con gli zaini stracolmi su di un trabicolo a tre ruote. Il poveretto di turno inizia a pedalare e a pedalare e a pedalare. Fa una fatica mostruosa e non ha nemmeno la possibilità di cambiare marcia.

“Non è che avresti dei vecchi pantaloncini da regalarmi?” mi chiede dopo precedenti domande di avvicinamento. “Ho solo questi jeans e sono stretti e muoio dal caldo.” Questo non è esattamente ciò che ha detto, bensì il senso che io sono riuscito a dare alle sue parole spagnole.

Ci penso su un attimo e gli dico di sì: ne ho un paio sportivi che qua non mi dovrebbero più servire e che in altri paesi mi vergognerei a mettere. Così quando, arrancando, arriviamo in stazione, mi metto a frugare nel mio zaino da 65 litri. Ovviamente non li trovo e sono costretto a togliere metà della roba per appoggiarla sul marciapiede. Nel frattempo vengo circondato da quattro o cinque premurosi ragazzi che mi dicono che il mio autobus non partirà ma ci sono loro pronti a portarmi ovunque io voglia. Fortunatamente non sono nato ieri e non abbocco. Abboccano però i calzoncini, finalmente. Li pesco con la mano e li porgo al mio biciautista. Lui li prende, li esamina e mi ringrazia quasi deluso: cosa si aspettava, i pantaloncini di Armstrong? (Lance, non Neil)

Pago i 2 CUC della corsa (si fa per dire) e mi fiondo verso la biglietteria zigzagando tra altri scocciatori. Qui noto che ci sono già diverse persone in attesa. Chiedo all’ultimo, un ragazzo dinoccolato e pallido e inglese in tutto e per tutto, se anche lui è diretto a Santiago.

“No,” risponde. “Vado a Bayamo. Ma è lo stesso bus.”

Non gli avessi mai posto quella domanda. Inizia a parlare e non smette più. È un fiume in piena che sfocia un una cascata senza fine. Non solo con me, anche con una povera ragazza francese che ha già le sue preoccupazioni: non ha la riservazione e a quanto pare non ci sono più posti. Deve sperare che qualcuno rinunci. Spesso succede ma qua vogliono tutti partecipare ai funerali di Fidel (tra due giorni)…

Intanto la fila non si muove e l’addetto della biglietteria se ne va a farsi un giro chissà dove. Il tempo passa mentre il mal di testa mi arriva. L’inglese, che ho deciso somigliare molto (troppo) a Sheldon Cooper, non ci molla. La transalpina tenta di intrufolarsi di tanto in tanto per spiegare che è a metà del suo giro attorno al mondo di un anno e mezzo. È già stata in luoghi improbabili come Uzbekistan, Turkmenistan e Iran, eppure sembra particolarmente stressata da Cuba. Io comunque mi complimento con lei dicendole che non riuscirei a fare un viaggio così lungo: sono già stanco ora, dopo nemmeno nove settimane, figuriamoci…

“Certo che ce la faresti!” mi riprende Sheldon. “Avresti tutto un altro approccio, molto più rilassato, senza fretta…” E salpa con un elenco di sue esperienze in una decina di diverse nazioni sparse qua e là.

Alle 14:15, quasi sessanta minuti dopo l’orario previsto per la partenza, riesco a prendere il mio biglietto (un pezzo di carta scarabocchiato), ad abbandonare il mio zaino nelle mani spero sicure degli addetti ai bagagli e a salire sull’autobus. Qui trovo due posti liberi nella parte destra secondo la direzione di marcia.

Sheldon mi aveva detto: “Fossi in te cercherei di mettermi a sinistra, sai, calcolando la posizione del sole…”

A me non interessa. Spero solo che lui non si sieda proprio vicino a me…

A volte i desideri si avverano, in questo caso no. Eccolo Sheldon che sale, dopo di me perché era andato in bagno (forse a chiacchierare con la signora delle pulizie?), e mi chiede se può approfittare del sedile libero al mio fianco. Domanda retorica, ovviamente.

“Se parlo troppo dimmelo senza problemi eh?!” mi prega mentre cerca di far stare le sue lunghe gambe in uno spazio pensato per persone normali.

“No ma ci mancherebbe, solo che magari ad un certo punto vorrei ascoltare un po’ di musica…” metto le mani avanti.

Alza il pollice. “Nessun problema!”

Mi guardo intorno. “Ma la francese?”

“C’erano due posti liberi però li hanno dati a una coppia cubana. Lei dovrà aspettare il prossimo o trovare un’altra soluzione…”

“Capisco. Peccato.”

Finalmente, con oltre un’ora di ritardo, partiamo. Se non altro mi auguro che l’aver dato ulteriore margine di vantaggio a Fidel ci risparmi problemi più tardi.

Ma per i desideri proprio non è giornata. Verso le 19, poco prima di Bayamo e di un mio esaurimento, rallentiamo bruscamente: davanti a noi decine di camion-bus carichi di persone che hanno assistito al passaggio della carovan, procedono a passo d’uomo. Molta gente è ancora ai bordi della strada. Una, ovviamente quella che porta alla stazione degli autobus, è stata addirittura chiusa. Un poliziotto consiglia al nostro autista di abbandonare lì chi deve scendere. Ma dopo un attimo di esitazione quest’ulimo opta per fare il professionista serio e arrivare a destinazione tramite un tragitto più largo. Ecco così che Sheldon ha ancora il tempo di spiegarmi che l’inglese è un misto tra tedesco e francese (con tanto di esempi più o meno azzeccati, ma io non ho le forze per contraddirlo), di comuncarmi che secondo lui la Brexit sarà un danno enorme sia per l’Inghilterra che per l’Europa e di darmi il colpo finale minacciando di raggiungermi a Santiago nei giorni seguenti per continuare le nostre interessanti chiacchierate (nostre??). Poi scende, poco prima delle 21, non senza informarmi che per prima cosa andrà a cenare senza badare a spese: sta morendo di fame. Adesso che gentilmente mi ci fa pensare non mangio da 12 ore e sarebbe quasi ora… Purtroppo però il nostro mostruoso ritardo non ci permette soste sufficientemente lunghe (in 5 minuti è già un miracolo trovare un muro da inaffiare).  

Ripartendo mi metto finalmente le cuffie nelle orecchie e tanti pensieri nella testa. Volo di qua e di là, senza una meta precisa. Aspetto di arrivare, semplicemente. A proposito, ci sarà qualcuno ad attendermi nonostante tutto? Dato che ci sono di mezzo un po’ di soldi che possono guadagnare… sono fiducioso.

Alle 23:30, dopo 10 ore esatte, eccoci a Santiago. Ed ecco pure un taxista che mostra a chiunque gli capiti a tiro un foglio A4 con su scritto il mio bellissimo nome. Assicurandogli che sono proprio io il fortunato, mi lascio trasportare fino a destinazione, in centro città.

Qui trovo ad accogliermi una signora sulla quasi-sessantina: Maria-qualcosa. Sono troppo concentrato sui suoi baffi neri alla Tom Selleck per capirla fino in fondo. Lei parla ma anziché il labbiale seguo la vibrazione dei suoi maestosi mustacchi. Fino a quando non fa la comparsa sua madre, una simpatica vecchiotta sovrappeso che mi sorride come una bambina.

“Uh, là là!” urla con approvazione/emozione quando le stringo la mano. E poi si copre la bocca, imbarazzata.

Spiazzato da questa coppia di donne improbabili, non vedo l’ora di andare in camera, almeno fino a quando non la vedo sul serio, la camera. Già perché non è esattamente di lusso: ma me ne frego, stanco come sono. E poi ci devo solo dormire, se riesco a scordarmi la boscaglia di Tom…

“Vai subito a riposare o esci ancora?” mi chiede lui… ehm, lei.

“No vado subito a letto,” anticipo le proteste del mio stomaco vuoto.

“Va bene, allora buona notte,” mi augurano in coro le due padrone di casa.

Chiudo la porta alle mie spalle e faccio un grande respiro: finalmente solo!

Ma sento bussare. Rieccole, entrambe, Tom davanti e la madre dietro alle sue spalle, che mi sbircia con curiosità infantile.

“Siii?” domando.

“Mi sono dimenticata,” dice Tom. “Mi sono dimenticata che al buio vedrai le stelle e la luna brillare sul soffito,” si bulla.

La ringrazio molto per la fondamentale informazione , richiudo la porta (a chiave) e mentre mi preparo per la nottata chiedo mentalmente a Tom di guardarsi allo specchio e fare quanto necessario per tornare ad essere Maria-qualcosa. 

Spengo la luce e guardando il firmamento splendere sopra i miei occhi semichiusi non posso che complimentarmi con me stesso poiché ho dimostrato che pure io, come Siddharta, “so pensare. So aspettare. So digiunare.”

BlogPatrick AcquadroComment