Camaguey, il passaggio delle ceneri di Fidel

Testo scritto giovedì 1° dicembre 2016 (foto in basso)

Mancano una manciata di minuti alle 15 quando giungo sulla via principale (chiusa al traffico) di Camaguey, terza città per abitanti di Cuba. Qui a quell'ora, mi è stato detto, passerà la carovana con le ceneri del comandante Fidel (sta tagliando l'isola dall'Avana a Santiago così come fece trionfalmente nel 1959, ma al contrario). Come sempre in questi casi, l'orario potrebbe essere indicativo, molto indicativo (per non dire farlocco). Decido comunque di non rischiare. E con me centinaia di persone assiepate su un ciglio della strada, quello all'ombra. La giornata è afosa e l'asfalto è incandescente. Perciò mi prendo un'aranciata fresca prima che finiscano le scorte e cerco un posto in cui intrufolarmi. Lo trovo e inizio ad aspettare. Aspetto. Aspettiamo, chi seduto su di una seggiola, chi mangiando patatine, chi chiacchierando. Trascorrono i minuti e nulla si muove, se non altre migliaia di persone, più furbe, che si uniscono a noialtri perdigiorno.

Sono ormai passate le 17 e il sole pensa bene di lasciarci a poco a poco per altre terre. Anche l'altro marciapiede si popola improvvisamente. Alle 18 spaccate, insieme alle tenebre, sembra giunto il momento fatidico. Agitazione, urla, tutti pronti con telefonini e tablet! Comincia persino a piovere, non si sa da dove e come, tanto per rendere tutto ancora più drammatico. Passa un'auto a tutta velocità. Poi il vuoto. Falso allarme: il cielo smette di piangere, non è ancora tempo delle lacrime. Di quelle in realtà non se ne sono viste. Tutt'altro: sembra di essere a una festa. Amici e parenti si ritrovano, ridono, i bambini si rincorrono di qua e di là, urlano... 
Ciò che mi riporta alla realtà sono soltanto le foto del comandante ovunque, persino sulla facciata di una banca (lo trovo curioso anche se non dovrei), spesso accompagnate dalla bandiera cubana. E poi ci sono i suoi 'tifosi' con tanto di maglietta con nome e numero 90 (come i suoi anni) e bandana con scritta: jo soy Fidel. Un'espressione in voga in tutto il mondo, evidentemente. 
Ma ecco che un gatto corre tra la folla, impaurito. Non sa dove scappare. Trova un varco giusto quando da lontano compaiono dei fari che si avvicinano. Forse ci siamo! Sono le 18.30 precise. Dai che... E invece no. In questo caso a sfrecciare è un camion. Perché? Non si capisce. Ma mi fa pensare a Nizza.
Intanto la famiglia allargata da cui sono circondato si espande ulteriormente e mi spinge, mi tira, mi ingloba. Finisco letteralmente dentro una pianta ornamentale del viale (aggrappato ad un ramo). Non so per quanto potrò resistere. Un cane mi distrae dando spettacolo al posto del gatto. È più terrorizzato di lui. Che sia per un buon motivo? L'orologio indica le 19. Il regista di questo spettacolo ha deciso di accrescere la suspense ogni mezz'ora a quanto pare. Ma stavolta si sentono grida molto più forti. Al ritmo di Yo soy Fidel, yo soy Fidel, passano delle moto della polizia che ci fanno la barba. Poi ecco un furgone provvisto di troupe televisiva. Infine un camioncino con dei soldati sull'attenti. Trascina qualcosa: è la bara contenente le ceneri del comandante. Un attimo dopo è già un punto lontano. I cori proseguono per un po' mentre alcuni anziani si commuovono. 
La festa è finita. Non resta che riversarsi in strada e defluire lentamente ancora canticchiando, come dopo un grande concerto. Si va a casa.
Tutto qua?, verrebbe da chiedersi dopo quattro ore di attesa. Proprio così. Ma è stata esattamente questa a rendere interessante l'esperienza. E in fondo, anche se per soli dieci secondi, abbiamo visto passare sotto i nostri occhi e teleobiettivi la storia ultracinquantennale di un intero Paese (e non solo).

 

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