Sancti Spiritus, tra Fidel(ità) e tranquillità

Fidel di su, Fidel di giù, Fidel pure qua, a Sancti Spiritus. In questa cittadina coloniale poco frequentata dai turisti, così come è normale che sia, non si parla d’altro. Anche perché tv e radio e fotografie e bandiere e cartelloni non ti mollano un secondo. Ovunque giri occhi e orecchie te lo ritrovi nella testa. E persino il naso, in qualche modo, contribuisce alla propaganda. Come? Semplice: percependo l’odore di vernice fresca. Sì perché dalle ore immediatamente successive alla notizia della scomparsa del comandante si spennella a tutto spiano. Ovunque. Monumenti, facciate degli edifici, strisce stradali, ‘cordoli’ dei marciapiedi, tutto viene rinfrescato. Persino le panchine: qui di verde mentre a Santa Clara (la mia tappa precedente) di rosso (in teoria, ma i piccioni non erano d’accordo e le hanno ben presto ritrasformate in panchine a pois). E non so bene che tinture utilizzino ma sospetto che non siano di prima scelta dato che dopo tre ore sembra tutto di nuovo come prima. Con l’inconfessabile speranza che non si metta a piovere prima del passaggio suo di lui, Fidel. Già, tra un paio di giorni le sue ceneri transiteranno pure di qua. E tutto deve essere pronto, prontissimo. Come di certo saranno i due simpatici vecchietti che mi ospitano nella loro casa a due passi dalla piazza principale. Appena ho varcato la soglia mi hanno informato: “Vedi, siamo un po’ tristi per la morte di Fidel… Hai saputo?”

Ci ho pensato su per un secondo, tentato dal dirgli che no, ma davvero, non ne avevo la minima idea! Cosa diavolo era successo? Come? Dove? Quando? Perché? Chi, chi era lo stramaledetto colpevole? Ma mi sono trattenuto annuendo mestamente.

“Però tu sei il benvenuto!” si sono sforzati. “Ti va di vedere la televisione con noi?”

Ovvio, non aspettavo altro!

E così eccoci lì tutti e tre che ammiriamo il defunto da giovanissimo, da matusa, da sbarbatello, da barbuto, da magro, da grassoccio, da bevitore, da fumatore, da ascoltatore, da intimidatore, da animalista, da carnivoro, da questo e da quello. E io mi sforzo di ascoltare i suoi discorsi e una voce fuori campo che ne decanta le qualità, le doti, le virtù, le capacità, i pregi, le abilità, le facoltà, i talenti e… ho detto le capacità? Capisco qualcosa ma non tutto, perso come sono in quel mare di saliva slurpata da una lingua troppo lunga.

Reprimo uno sbadiglio per evitare un incidente diplomatico. Però così non si può andare avanti. Va bene tutto ma il lavaggio del cervello me l’hanno già fatto in occidente, non ho bisogno pure della versione cubana. Che fare dunque? Potrei fingere un attacco di dissenteria… Alla fine opto per un meno imbarazzante colpo di calore e me ne vado a raffreddarmi le idee con l’aria condizionata della stanza. Il padrone di casa, Rodolfo, dopo un po’ bussa alla mia porta per sincerarsi delle mie condizioni e per portarmi un succo di guava fatto in casa, ilmio preferito. Che gentile!

Lo ringrazio assicurandogli che va molto meglio, tanto che tra poco andrò a fare un tour della città. E infatti è quello che faccio per il resto del pomeriggio nonostante in un’ora si possa fare il giro completo senza perdersi nulla. L’aver creduto di avanzare verso nord quando stavo andando decisamente a sud mi ha aiutato a dilatare i tempi…

“Allora riparti già domani?” mi chiede Rodolfo quando rientro.

“No, ho cambiato idea,” gli faccio. “Resto una notte in più. Qua mi piace molto.” E difatti è la verità. È un luogo molto ben tenuto, colorato, tranquillo, rilassante. Proprio quello che mi ci vuole a metà del mio viaggio sull’isola.

Con mia grande soddisfazione la serata e la giornata successive trascorrono come previsto, in maniera molta calma, oserei dire noiosa. Incredibilmente senza nessuno che cerchi di vendermi nulla! Neppure una carta internet (3 CUC per un’ora) per connettermi con il mondo. A Sancti Spiritus ci sono solo io, quelli che piangono Fidel e Fidel stesso che sembra più vivo di prima.

 

“Oggi allora vai a Camaguey?” mi chiede Rodolfo la mattina del mio ennesimo spostamento. 

“Esatto,” rispondo un po’ dispiaciuto.

“Se vuoi chiamo un mio amico che abita là e che può ospitarti.”

“Va bene,” confermo.

Resto lì mentre telefona a questa persona. Gli dice di aspettarmi alla stazione degli autobus con un cartello con scritto il mio nome. Gli fa lo spelling, molto a fatica (lui al mio arrivo aveva esibito un Patrysk che grida vendetta).

Poi mi guarda. “Come è vestito?”

Mi alzo in piedi.

“Allora: maglietta marrone (è beige!), pantaloni grigi (blu!) e scarpe rosse (arancioni!)…”

Sarà daltonico ma avete ragione: come diavolo mi sono vestito?!

 

Dopo un’ora circa me ne vado salutando calorosamente Rodolfo, sua moglie e Fidel ancora intrappolato nel televisore. 

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