Santa Clara, il primo giorno senza Fidel

Il sole filtra dalle persiane, l’uomo del pane urla a squarciagola e dal bagno arriva il consueto odore di uova marce. È sabato mattina 26 novembre 2016 a Trinidad, ridente cittadina coloniale nel centro di Cuba. Esco dalla mia stanza e saluto il padrone della casa particulare (casa privata che affitta una o più delle proprie camere) in cui ho passato le ultime tre notti. Si trova di fronte a una piccola televisione in bianco e nero. Me la indica. “È morto Fidel Castro,” sospira tentando di abbozzare un sorriso.

Rimango impietrito. Non so cosa replicare e non so come farlo.

“Aveva 90 anni,” afferma come per darsi una ragione di consolazione.

Dalla mia bocca escono solo due parole: “Mi dispiace.”

Lui si alza lentamente dalla poltrona in cui era sprofondato e va a prendermi il caffè. Sulla tavola è già presente una sontuosa colazione. Mancano però le posate, fatto stranissimo per persone sempre tanto precise quando si tratta di ospiti. Glielo faccio notare e lui scuote la testa come per dire che oggi proprio non è giornata.

Dopodiché si rimette a guardare le immagini di repertorio del comandante, accompagnate da una melodia struggente. Osservo quell’uomo sulla cinquantina tentando di capire cosa possa passargli per la mente: vorrei chiederglielo ma il mio spagnolo è troppo limitato e il suo inglese non esiste.

Mangio un po’ in imbarazzo e me ne vado a fare un giro nella piazza principale per vedere che aria tira. Contrariamente al solito non c’è il colorato mercato e dalle porte sempre aperte delle abitazioni e dai ristoranti non esce alcuna musica. Si sente soltanto il vociare dei turisti e il trottare di alcuni cavalli.

A questo punto un dubbio mi assale: non è che per caso fermeranno il Paese, compresi gli autobus? Nel pomeriggio mi dovrei spostare verso Santa Clara (famosa per essere stata liberata da Che Guevara nel 1958) e mi dispiacerebbe rimandare.

In stazione noto che anche qui la tv è accesa, proprio vicino a una foto di Fidel Castro. Per fortuna la mia corsa non solo viene confermata, ma parte persino in orario.

Arrivato a destinazione trovo il padrone della seguente casa particulare ad attendermi (ognuno di loro ha amici nelle altre città e si ‘passano’ i clienti). Parla un discreto inglese. Gli domando subito se è triste.

“Sì parecchio,” ammette. “In fondo Fidel è stato il padre della Cuba moderna.”

“Capisco…” gli dico, ma non è vero. Come posso capire?

Non sono mai stato troppo sentimentale e forse pure per questo, quando vedo sua moglie guardare il telegiornale con le lacrime agli occhi, non riesco a fare a meno di pensare che sia un’esagerazione. Soprattutto perché ormai, per come sto conoscendo il Paese (sono qua da una decina di giorni), questa non è più la Cuba di Fidel Castro o di Che Guevara. Qui (non da oggi), nel bene e nel male e anche se non lo ammetteranno mai, si sta dando il benvenuto al capitalismo e di rosso c’è solo il tappeto che gli è stato steso davanti.

Infatti sospetto non ci siano solo pianti. “Finché ci saranno i due fratelli Castro al potere noi resteremo bloccati,” mi ha detto un giovane cameriere qualche giorno fa a L’Avana. Immagino che in questo momento non sia distrutto dal dolore: secondo la sua visione i problemi del Paese si sono dimezzati di colpo.

La situazione insomma è molto complessa. E potrebbe diventarlo pure per me, che ho intenzione di girare l’isola per altre due settimane. Al tg infatti annunciano che fino a nuovo avviso le corse degli autobus sono sospese.

“Anche per i turisti?” chiedo preoccupato al padrone di casa.

“Non è chiaro… L’unica cosa che so è che ci sono altri otto giorni di lutto nazionale.”

“Sono tanti…”

“Nel 1959 Fidel ci ha messo otto giorni a salire in trionfo da Santiago de Cuba a L’Avana,” mi spiega. “E ora le sue ceneri faranno lo stesso tragitto all’inverso. Passeranno anche da qua, da Santa Clara…” si inorgoglisce.

Decido allora di andare a visitarla, questa città tanto importante. Lo avviso.

“Sì fai bene,” annuisce. “Però sappi che stasera di sicuro non ci sarà né musica né alcool.”

Me ne dovrò fare una ragione. Ma più che altro sono curioso di scoprire se c’è la stessa strana atmosfera respirata a Trinidad. E in effetti è molto simile. La piazza principale è strapiena ma non ci sono lattine di birra e neppure una radio accesa. Un sabato sera decisamente diverso dall’ordinario, presumo.

In una gelateria campeggia la foto dell’illustre defunto di fianco a una bandiera cubana mentre sulla facciata del cinema dedicato a Camilo Cienfuegos, altro eroe della rivoluzione, appare la semplice scritta: Gracias Fidel.

A mezzanotte me ne torno verso l’alloggio sotto un cielo stellato e accompagnato dagli ululati dei cani randagi. Loro non lo sanno ma è appena terminato il primo giorno di una Cuba senza più (ufficialmente) il suo comandante.

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