Cienfuegos, i cubani razzisti che non ti aspetti

Il sole che scende piano ha ancora la forza per riflettersi nel mare calmo e nel mio bicchiere di plastica colmo di birra fino all’orlo. Una palma mi protegge gli occhi stancati dal tanto guardare, dal tanto vedere. Riposo loro e i miei piedi che come sempre hanno svolto un gran lavoro. Sono a Cienfuegos, a 4 ore di autobus a sud-est de l’Avana. Non una metropoli, ma comunque impegnativa per chi ha una certa curiosità. Infatti vorrei sapere quanti chilometri ho fatto anche oggi. Ecco un’altra domanda da aggiungere alla lista.

Assaporo la mia birra a piccoli sorsi. È fresca e costa poco, il che la rende ancora migliore. Attorno a me cinque o sei tavoli sono occupati da coppiette e gruppi di giovani cubani, mentre un arzillo cinquantenne saltella di qua e di là con allegria: sospetto gli manchi qualche venerdì.

Finisco il bicchiere e decido di concedermene un altro, me lo merito. Lo ordino e mentre aspetto un signore sui 40 mi si avvicina.

“Di dove sei?” mi chiede.

Lo guardo per un secondo con sospetto, memore dei fastidi avuti nella capitale.

“Italia,” rispondo infine (dico così quando penso che la Svizzera venga considerata troppo ricca).

“E di dove esattamente?” insiste in un italiano quasi perfetto.

“Milano.”

“Ah ma siete tutti di lì!” si meraviglia.

Io alzo le spalle e pure i tacchi, salutandolo alzando anche gomito e bicchiere di nuovo pieno. Mi spiace ma sono troppo rilassato, finalmente, per lasciarmi disturbare.

Così tento di rituffarmi nell’acqua dolce dei miei pensieri ma qualcosa si è rotto. A rompere torna il quarantenne.

“Ti dispiace se mi siedo qua con te?” mi fa.

Cosa vuoi rispondere? “No, affatto.”

E inizia a spiegarmi che si chiama Arturo e che sa l’italiano poiché è una guida turistica. E poi che ama gli italiani, anche se uno gli ha portato via la moglie. Proprio così, è fuggita con lui abbandonandolo da solo con la figlia, che ora ha 16 anni (mi mostra la foto). Però si è risposato e ha avuto un altro figlio.

“A questa non la lascio uscire di casa,” ridacchia. “Sì però voi italiani siete molto meglio di francesi e tedeschi. Voi sapete divertirvi. E vi piacciono le donne eh?” mi fa un cenno d’intesa.

Gli rispondo con un sorriso d’assenso.

“Lo so, lo so come siete fatti voi. Anche tu sei a Cuba per quello no?”

Sono tutti convinti che non ci possano essere altri motivi.

“No, non è per quello,” provo a sostenere pur sapendo che non mi crederà mai.

 “Ma sì che è così, è normale. Anche io sono ancora qua solo per loro!” se la ride. “E se vuoi te ne presento una. La vedi quella là dietro?” mi indica una giovane mulatta. “Prima mi ha chiesto se ti conoscevo.”

“Ah davvero?” faccio perplesso.

“Sicuro!”

E senza che io possa dire nulla va a prenderla e la porta al tavolo. Prima di sedersi mi domanda: “Ma tu preferisci le chiare o le nere?”

“Non saprei… Tu cosa dici?”

“Ma le bianche assolutamente!” urla. “Le nere, bleah!” e mima il gesto di dare un calcio a qualcuno.

“Perché?” mi sorprendo.

“Dei neri non bisogna fidarsi, ricordatelo. Mai! Non sono gente per bene. Non sei d’accordo?”

“Veramente no…”

“Scusa, quanti neri ci sono dalle tue parti?”

“Non tantissimi.”

“Ah ecco, vedi… Non lo sai solo perché ne conosci pochi. Ma qui è pieno e ti assicuro che è meglio stargli alla larga.”

Poi chiede conferma alla sua amica, che incredibilmente annuisce con vigore.

Io rimango di stucco, tanto più che nessuno dei due è esattamente cadaverico. A spezzare la fiera degli orrori razzisti ci pensano gli amici della ragazza che la richiamano tra loro. Lei si scusa e obbedisce ancheggiando.

“Ah lei sì che me la farei subito!” sbava Arturo. Fino a fargli inaridire la gola suppongo: “Non è che mi offriresti una birra?” mi prega.

Io che stavo proprio pensando di andarmene a prendere una non posso che dirgli di sì. In fondo un CUC non mi farà andare in bancarotta.

Quando torno con i due bicchieri il sole ci sta ormai abbandonando. Al contrario della voglia di Arturo.

“Senti un po’,” bisbiglia. “Stasera nel locale qua a fianco ci sarà una festa. Tantissime ragazze ovunque! Che ne dici?”

“Non lo so, si potrebbe fare… Però ho sentito che qua le ragazze vanno con i turisti solo per soldi.”

“Ovvio,” mi fa prendendomi per matto. “Cosa pensi? Pure io pago! È così ovunque. Anche in Italia…”

“Non proprio…”

“Sì invece. Se le porti fuori a cena, al cinema, e il resto… Quello non è pagare?”

Questa teoria l’ho sentita milioni di volte ma non mi ha ancora convinto del tutto. Glielo dico.

“Cambia la forma, ma non la sostanza,” insiste.

Io ci penso un po’ su. In fondo sarebbe interessante vedere come possa andare a finire una serata con lui.

“Però io non ho abbastanza soldi per uscire,” mi confida. “Quindi se tu potessi pagare una bottiglia di rum…”

Eccolo!

“Non so…” prendo tempo.

“Ma sì dai, costa sugli 8 CUC. Così abbiamo anche un tavolo tutto per noi e ti presento un sacco di amiche,” prova a persuadermi.

Titubante ma acconsento, anche perché è ora di toglierselo di torno e tornarsene verso casa.

“Facciamo alle 10.30 qua davanti, va bene?” mi dice.

“Ok!”

Ci salutiamo come due vecchi amici e mentre mi allontano inizio a chiedermi se davvero mi presenterò oppure no.

 

La domanda resta nell’aria per tutta la serata. Vado a cena alle 9.30 senza ancora aver deciso il da farsi. La situazione mi stuzzica parecchio (poi potrei scriverne) ma il mattino dopo devo alzarmi presto per prendere l’autobus che mi porterà altrove, a Trinidad. Che fare dunque? Mangio e non lo so.

Gusto il dessert e non lo so.

Chiedo il conto e non lo so. Anzi sì: quasi quasi vado. Sono le 10.15: orario perfetto per recarmi all’appuntamento.

Aspetto. Aspetto. Il conto non arriva. Alle 10.25 lo chiedo nuovamente. La cameriera si scusa in mille modi, se n’era dimenticata.

Quando riesco a pagare e a ricevere il resto sono ormai le 10.35. Lo prendo come un segno del destino o no? Non lo so.

Lascio la mancia e non lo so.

Saluto e non lo so.

Esco in strada e non lo so.

Vado nella direzione giusta ma ora lo so. No, meglio non rischiare. Cambio strada con il portafogli che mi ringrazia e altro che mi manda a quel paese.

 

 

 

 

 

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