Miami, come passare un weekend tra ostellani

Ostello di Miami Beach. Appena varco la soglia della mia ennesima camerata noto che, alle ore 8 di venerdì sera, ci sono le luci spente. Come ho imparato, ciò significa una sola cosa: qualcuno sta dormendo. Nella penombra distinguo i capelli bianchi di uno e i muscoli sproporzionati di un altro. Quest’ultimo si sveglia, mi saluta, e comincia a darmi consigli di qua, di su, di giù e in obliquo, come se fossimo fratelli. Mi informa di essere cileno e di ‘abitare’ lì da sei notti. “Dormo, mangio, faccio esercizi, rimangio, rifaccio esercizi, dormo, ririmangio ed esco a far festa,” spiega. “Sempre così, tutti i giorni. Sono morto.”

Esibisco una smorfia di congratulazioni-compatimento. “Ci credo.”

“Sì ma stasera si va a ballare di nuovo!” urla fregandosene altamente di colui che starebbe cercando di riposare.

“Accendi pure la luce per prepararti il letto,” mi fa. “Tanto quello è un vecchio,” indica mr, chioma d’avorio. “Non gli importa.”

Non so se sia vero ma seguo il suo suggerimento. Pure io ho intenzione di uscire e mi devo organizzare.

A questo punto entra un ragazzo alto e snello. Mi parla ma non afferro niente, nemmeno il suo nome. Ha una cadenza talmente francese da far spavento. Provo a concentrarmi fino a cogliere che è della capitale. Un vero parigino dunque. Sogghigno internamente pensando che in effetti così lungo e stretto può proprio sembrare una baguette!

Quando va a imburrarsi o non so che altro, il cileno mi fa l’occhiolino. “Dicevi di sì ma non hai capito una parola vero?”

“Esatto!”

“Non ti preoccupare. Per tutti noi è così.”

Ridiamo, già in sintonia. Peccato se ne vada l’indomani.

Poi fa la sua comparsa una signora messicana (la stanza è mista). La lingua di Shakespeare non è decisamente il suo forte: “Parli italiano?” riesce a domandarmi.

Annuisco dato che glielo avevo appena detto. “Proprio così.”

“Miei nonni di Milano,” si pavoneggia.

“Ah, io abito in Svizzera, non lontano da Milano.”

“Come?”

Ripeto quanto sopra.

“Sì è vero,” mi fa. “Lo so, io no occhi blu e no capelli gialli, eppure mie origini...”

Cosa diavolo c’entri questo non saprei (tra l’altro non mi pare abbia descritto esattamente il lombardo medio) ma fingo ancora una volta di essere d’accordo. Come inizio diciamo che è un bell’inizio. Meglio andarsi a fare la doccia va...

 

Per la serata l’ostello ha organizzato un’uscita di gruppo. Io mi registro giusto in tempo mentre lo sfilatino resta fuori dalla lista: siamo in troppi. Mi mostro dispiaciuto ma in realtà ne sono felice: non l’avrei retto tutta la nottata a parlare l’inglese come se fosse francese. Comunque trova dei connazionali e si attacca a loro. A quanto pare si intendono.

Il cileno invece se ne va per conto suo a bailar la samba in un posto chiamato Mango: “Sai, è il migliore per trovare ragazze,” mi confida. “Però devi saperci fare col bacino.”

“Eh con quello non sono messo tanto bene,” gli rispondo.

“Peccato," sospira allargando le braccia. "Ma dimmi una cosa: preferisci le americane o le cubane?”

“Non saprei…" sorrido. "Devo proprio scegliere?”

Si sbellica. “No, hai ragione. Basta che siano belle!”

E con questo aforisma da tramandare ai posteri mi lascia insieme al resto del mio gruppo formato da vari generi, nazionalità, colori, sessualità, idiomi, idioti etc… Ogni cosa si mescola e si intreccia come è giusto e bello che sia.

Tramite un party-bus (una sorta di discoteca viaggiante) raggiungiamo uno dei locali più in voga del momento (con una gigantografia di Rocky Balboa su di una parete, vai a capire perché). In mezzo a luci stroboscopiche ascoltiamo della discreta musica, beviamo, tentiamo di muovere le gambe, ci raccontiamo provenienza e stato civile, etc.

“Ma tu somigli a qualcuno,” mi dicono due neozelandesi.

“Probabile," alzo le spalle. "Mi hanno paragonato a molti.”

“Sì sì, come si chiama quello chef della tv… Mmhh, ah ecco, Gordon Ramsay!”

“No dai, sarà sulla cinquantina!” mi indigno.

“Almeno sai come sarai tra 20 anni,” si divertono.

Li seguo a ruota. “Come volete, però a me non sembra tanto un complimento eh?!”  

E si va avanti così fino alle 5 circa: normale amministrazione. Tranne per un fatto: ad un certo punto vedo un cinese (!) che si permette di provarci spudoratamente con una biondona. In 15 anni di esperienza ed esperienze non mi era mai capitato di assistere a nulla del genere. Starò pure viaggiando per qualcosa no?

 

Il mattino seguente mi sento tirare il braccio. È il cileno in partenza: mi saluta calorosamente. Pure troppo. 

Al suo posto, come in una situazione di porte girevoli, entra un militare di New York, Matt. Pare simpatico, anche se è fissato con le donne più del suo predecessore. Tanto che io sono ancora nel letto e lo sento fuori dalla porta che abborda una, poi due e infine tre tipe nel giro di cinque minuti. Non gli piace perdere tempo, suppongo.

E nemmeno a me, quindi decido di uscire da lì prima che si sveglino il francese e la messicana.

 

Passo la giornata tra spiaggia, Ocean Drive, i palazzi art decò della zona, macchine tamarre e bellezze ad ogni angolo, pensando che ad avere i soldi qui ci si potrebbe divertire sul serio.

Quando rientro nella camerata trovo le luci accese e l’anziano dai capelli lattescenti. In spagnolo, l’unica lingua che conosce, mi fa sapere che è di Cuba, l’Havana. Provo a spiegargli che ci andrò tra pochi giorni e lui ne pare felice. Avrà capito sul serio o ha fatto finta come me con il parigino? Mah, fatto sta che entro breve tra i due ci sarà un certo legame… Quale? Presto detto: stiamo mangiando della pasta alla bolognese (così l’hanno chiamata) ‘offerta’ dall’ostello, quando il cubano si stravaca sulla sedia serrando gli occhi. Si tocca la gola, non respira. Agitazione generale.

“Chiamate il 9 1 1,” sento gridare (ah mi mancava solo questa per vivere davvero fino in fondo il mio film americano!).

“Ci penso io,” sembra dire, e forse lo dice sul serio, la nostra baguette. “Ho fatto il pompiere.”

Prende il polso al malcapitato e gli ripete in continuazione: “Kipp iur aiss o-pennn.”

Quindi si rivolge al militare quasi ordinandogli di passargli il suo orologio, che ha il cronometro. Matt sbuffa (stava parlando con una ragazza, mannaggia!) ma esegue.

Sono momenti concitati. La messicana tenta di fare da traduttrice, con scarsi risultati, tra le domande in franc(ingl)ese e le risposte in asmaspagnolo. Fortunatamente l’ambulanza arriva presto e, come è normale in Florida, ben due paramedici su tre sono di origine ispanica. Caricano a fatica la barella e se ne sfrecciano via.  

“Uff,” sospira lo sfilatino. “Speriamo bene.”

“Sì, ma se mi disturbi ancora una volta mentre sono con una gallina ti sparo,” sghignazza il militare.

“Okè okè,” sembra scusarsi il nostro eroe.

Gli do una pacca sulla spalla. “Ben fatto,” mi complimento. Se l’è meritato: dopotutto è un pezzo di pane.

 

E prima di concludere in bellezza il weekend tra ostellani mi regalo un'ultima riflessione: in queste 6 settimane di viaggio sono uscito con un colombiano che è riuscito a farsi derubare a Toronto, ho contribuito a far licenziare due persone a Providence, a Washington è stato eletto Trump, e adesso che sto per andare a l'Havana un cubano finisce in ospedale un'ora dopo avermi rivolto la parola. Insomma, mi auguro proprio che Fidel abbia fatto testamento… 

(testo scritto undici giorni prima del decesso di Castro)