Lo scalatore di Philadelphia

Phil Drinkwine si alzò dal letto. Guardò la sveglia e vide che non aveva suonato. Pazienza, il suo orologio interno l’aveva comunque destato per tempo. Era sufficiente saltare la colazione. Ma dov’era finita sua moglie Clara? Probabilmente era già andata al mercato. O da qualche amica a giocare a carte. Però, almeno il caffè avrebbe potuto prepararglielo. E cos’era quel disordine? Al suo ritorno l’avrebbe rimbrottata, questo era poco ma sicuro.

Dopo essersi lavato e profumato si mise la solita divisa da lavoro. Era la stessa da trent’anni e ancora sembrava decente. D’accordo, leggermente scolorita, ma niente di grave. Uscì a respirare l’aria d’autunno, frizzante e dolce come piaceva a lui. E il cielo azzurro era l’ombrellino nel bicchiere. Una bella sensazione di vigore gli pervase le vene. Sarebbe stata una grande giornata!

Prese il solito treno che stagione dopo stagione lo portava verso il centro della città. E con lui migliaia di pendolari. Sempre diversi eppure sempre gli stessi. O era il contrario? Fatto sta che gli sembrò strano non riconoscere nessuno di familiare. Beh, starsene un po’ da soli con i propri pensieri non è poi tanto male, riflettè. E guardando fuori dal finestrino non potè non compiacersi nel pensare di essere un uomo fortunato; con un lavoro che amava e una donna che amava lui ancora di più. Già, proprio lui, Phil di Philadelphia, come gli piaceva sempre presentarsi. Non poteva desiderare di meglio. Che gran mattinata, che gran vita!

Arrivò al lavoro alle otto precise, con una puntualità per nulla inconsueta, nel suo caso. Salutò genericamente i ragazzi dietro al bancone all’entrata del palazzo, ma non ottenne risposta alcuna. Quei giovanotti erano sempre così presi che non se ne curò. Andò nello sgabuzzino degli attrezzi e prese ciò che gli serviva. Riempì un secchio d’acqua, vi mise il sapone liquido (solo un poco, per non fare troppa schiuma) e acciuffò il suo amico mocio, compagno di tante arrampicate. E così partì per l’ascesa. Uno ad uno passava e ripassava i gradini delle scale. Dal basso verso l’alto e non, come avrebbero fatto tutti, dall’alto verso il basso. Perché? Semplice: a lui piaceva scalare le scale. Per tenersi in forma e per seguire l’andamento del sole che lo guidava fino al cielo, la destinazione finale di entrambi. E ad ogni piano si fermava per andare a svuotare i cestini e salutare gli impiegati delle decine di uffici ospitati in quell’altissima scatola di cemento e vetro. Conosceva tutti, un tempo. Ora soltanto qualcuno, ma era sempre piacevole farci due chiacchiere. In fondo il bello del suo lavoro era che poteva gestirselo un po’ come voleva. Nessuno lo controllava. Anche perché non ce n’era bisogno: era un professionista serio.

Al primo piano era rimasto solo Jimmy Corda, un ex giovane che aveva fatto molta strada. Parve sorpreso di trovarselo lì, e strinse la mano a Phil come se non l’avesse visto per mesi. Eppure era passato solo un weekend. Questo rese Phil un uomo ancora più felice. Si sentiva apprezzato. Peccato non poter restare lì qualche minuto in più. Prese il cestino, stranamente semivuoto.

“No lascia, non c’è bisogno. Non devi…” disse il signor Corda.

Phil gli fece l’occhiolino, estrasse due fogli appallottolati e ripartì sorridente.

Al secondo e al terzo e al quarto la scena si ripetè pressoché allo stesso modo. Tutti gentilissimi e premurosi. Phil ne era sempre più compiaciuto. Ma al quinto non riconobbe nessuno. Che avessero cambiato tutti gli impiegati così di colpo? Doveva essere successo qualcosa di grave. Una truffa, un’epidemia, e chi lo sa… Ma lui non era lì per porsi delle domande. Lui era lì per rispondere allo sporco. E doveva farlo con fermezza.

Salendo e salendo, scalino dopo scalino, sentì che le forze non erano più quelle di un tempo. Eppure fino a venerdì stava benissimo! Arrivato al numero dieci, guardò giù dall’ampia vetrata che dava sulla città-formicaio. Gli parve di non riconoscerla, non fino in fondo. Sembrava tutto più imponente del solito. Quante cose singolari stavano capitando in quel giorno così limpido… Fortuna che il decimo era anche il piano della pausa. Lì la sua amica Loren, segretaria degli avvocati Finland, gli avrebbe offerto un caffè capace di risvegliare Lazzaro. Infatti, come previsto, la trovò alla sua scrivania.

“Buongiorno Loren, splendida giornata eh?”

La segretaria, meno fresca del solito, gli sorrise in modo tirato. “Oh Phil, qual buon vento?”

“Il solito… Saresti così gentile da offrirmi un caffè per piacere? Clara stamattina non si è degnata di prepararmelo.”

“Clara?” fece lei aggrottando le sopracciglia.

“Sì, lo so, è strano. Non ci sono più le mogli di una volta.” E scoppiò in una risata cavernosa.

Dopo qualche secondo di titubanza Loren gli versò del caffè bollente in una tazza leggermente scheggiata. Phil la ringraziò ma ebbe la sensazione che qualcosa turbasse la sua amica. “Va tutto bene, Loren?”

“Certo, sì,” si affrettò lei. “Ma tu piuttosto, cosa mi racconti? Che novità ci sono?”

“Niente di che. Il solito tran tran. È da trent’anni che va tutto bene e non potrebbe andare meglio.”

Sorrisero entrambi. Entrambi sforzandosi di far vedere la dentiera. C’era decisamente una strana aria in quell’ufficio. Ma d’improvviso venne spazzata via dallo squillo del telefono. Phil fece un grande respiro e salutò Loren con un inchino, per non disturbarla mentre parlava alla cornetta.

Rinvigorito e di nuovo pronto per l’arrampicata si sforzò di fare i seguenti cinque piani tutti d’un fiato. Poche chiacchiere e tante strofinate. Il sole stava salendo più in fretta di lui.

Il sedici era il piano di un famoso studio di architettura. Era, perché quando ci arrivò Phil non trovò nessuno. C’erano solo cartacce sparse ovunque, persino per terra, e un paio di vecchi computer abbandonati. Sembrava fosse passato un uragano, o la peste, o un qualche terrorista. Mancava solo il sangue. Phil non sapeva se avrebbe dovuto mettere in ordine oppure no. Prese il telefonino e chiamò il signor Bolt, il suo capo.

Rispose una donna: “Chi cerca scusi? Deve avere sbagliato numero.” E riattaccò, senza salutare, come succede sempre nei film. Phil rimase a bocca aperta. Maledetti cellulari, pensò, non ci si può proprio fidare delle nuove tecnologie. Al diciassette e al diciotto le cose non andarono molto meglio. Pareva infatti che nessuno lo riconoscesse più. Forse era invecchiato di colpo. In due soli giorni! O era stato in vacanza per due settimane? Si sarebbe spiegata la sua scarsa forma. Ma no, se le sarebbe ricordate delle ferie così lunghe! Eppure… Forse quella mattina Clara non c’era proprio per quel motivo, perché avevano litigato come facevano sempre quando stavano troppo tempo insieme. Poteva essere, ma allora dove erano finiti quei quindici giorni nella sua memoria? Alzheimer precoce?

Al diciannovesimo Phil prese fiato e coraggio e ansimante chiese al dottor Zukowsky se si ricordava quando si fossero visti l’ultima volta.

Quest'ultimo ci pensò su per un po’: “Saranno tre anni, più o meno.”

Phil pensò di non aver sentito bene. “Come?”

“Sì, ricordo che è stato poco dopo la morte di tua moglie. Poveretta. Tre o quattro anni fa se non sbaglio. Giusto?”

Phil non rispose, impietrito.

Alle sue spalle due ragazze bisbigliavano: “So che è stato licenziato. Pensa che gli facevano lavare le scale d’emergenza. Un tempo sì che buttavano via i soldi…” Phil udì tutto ma senza ascoltare. Si voltò di scatto, inebetito, e andò a raggiungere il suo amico mocio sul pianerottolo. Ma che razza di brutto scherzo era questo? Era Halloween? No, era appena passato. E allora?

Corse giù dai gradini ancora umidi per un piano. Poi preferì fare come tutti e prendere l’ascensore. No, scendere non era bello quanto salire. Premette il meno uno, dove c’erano gli spogliatoi. Lui non li utilizzava mai perché arrivava al lavoro già vestito, però aveva un armadietto. Il diciannove, ancora lui. Estrasse le chiavi di tasca e cercò di aprirlo. Non vi riuscì. Avevano cambiato la serratura. Ma allora… Iniziò a tirargli pugni fino a farsi sanguinare la mano. Era debole, piccolo, solo. Lo scalatore Phil Drinkwine non esisteva più: una frana improvvisa l’aveva sotterrato. Si mise a piangere come mai in vita sua.