Halloween a New York tra svestiti e travestiti

Trentuno ottobre fa rima con Halloween. Da noi. Negli Usa è un mese intero di festeggiamenti. Zucche, scheletri, streghe e via discorrendo sono ovunque già da settimane. Ma questa è LA NOTTE, quindi meglio essere pronti. Peccato che io non lo sia minimamente. Non è una ricorrenza che mi entusiasmi particolarmente. Anche perché non fa paura. Anzi, è ormai un vero e proprio carnevale: la gente si veste da ballerina, da Minions, da principe… Beh, ripensandoci forse avete ragione, è un orrore.

E io che ho il gusto dell’orrido ho in programma un salto nel cuore di New York per assistere alla famosa parata. Prima però voglio approfittare di ben due (2!) birre offerte dall’ostello (come accaduto a Chicago) per conoscere gente nuova.

Fortunatamente non sono l’unico a non aver pensato ad un costume. A rappresentare il gruppo degli undressed (svestiti), come lo battezzo, ci sono Usa, Canada, Australia, Messico, Brasile, Argentina, Cile, Colombia, Germania e Inghilterra. Un bel mix di persone con cui si sta bene. Però nessuno ha intenzione di seguirmi alla sfilata di anti-moda: l’ostello ha organizzato il giro dei pub! Mi tentano… Mi ritentano. Mi convincono, ovvio. Riporto la macchina fotografica nella mia stanza da 10 (persone, il voto sarebbe molto inferiore) e mi metto un maglione. La nottata si preannuncia calda ma non esageriamo. Si parte.

Il primo bar è praticamente vuoto ma ci pensiamo noi a riempirlo. Argentini e cileni si buttano su di un tavolo da beer pong e iniziano una battaglia all’ultimo sangue (finto). Più l’alcool è nello stomaco e più l’odio è nell’aria. Non si sopportano ma fingono il contrario. Non dei grandi attori, comunque. È una lotta serratissima, manca solo una birra a testa e… vince il Cile! È un delirio.

Viene chiesta la rivincita: concessa.

In cinque decidiamo che per noi è sufficiente così e andiamo a cercarci un taxi. Quando lo troviamo l’autista ci dice che può trasportarne solo quattro. Lo preghiamo ma niente: non vuole rischiare la licenza. Un bel problema. Ad un tratto mi sento spingere all’interno: “Sdraiati,” mi dice un canadese.

Obbedisco e aspetto che altri tre, molto più grossi di me, si siedano cercando di non schiacciarmi. Ha funzionato: ci muoviamo. Direzione Hell’s Kitchen, zona un tempo non troppo tranquilla nonostante sia a due passi da Times Square. Io non vedo niente se non sei scarpe sporche. Ma è divertente. Quando arriviamo a destinazione l’autista si accorge chiaramente (e finalmente direi) dell’inganno e non la prende troppo bene. Pazienza…

Ci infiliamo nel primo locale che troviamo. Entrando una ragazza mi dice qualcosa.

“Hey man, hai sentito?” mi chiede un tipo di Seattle.

“No.”

“Ha detto che sei carino.”

“Davvero?” mi sorprendo. “Allora avevo capito, solo che dalle mie parti non succede mai… Non pensavo fosse possibile!”

Ce la ridiamo mentre cerco di capire dove sia finita. Persa, bionda tra le bionde. E qui cominciamo a parlare di alcune diversità tra i nostri mondi così distanti. Ad esempio lui scopre che al contrario di qua in Europa la carta di credito è un optional, così come la mancia, e io che non sa spiegarmi l’esatta differenza tra restroom, washroom e toilet.

Meglio bersi qualcosa con gli altri circondati da una marea di vestiti e travestiti. È un locale gay. In realtà scopriremo presto che nella zona sono molto popolari. Trans e drag queen, vere o presunte, sono ovunque: altro che passamontagna, se dovessi fare una rapina mi concerei come loro: e chi mi ribecca più?

Poi tutti insieme decidiamo di provare un’altra birreria. Poi un’altra ancora. Per strada una mezza ubriaca vestita da Wonder Woman mi si avvicina: “Scusa, hai un telefono? Le mie amiche mi hanno lasciato da sola, quelle cagne!”

“Ma sai il loro numero?” le domando.

“No.”

“E allora?”

“Hai ragione,” si dispera.

Ne approfitto per chiederle se conosce un bel posto dove bersi qualcosa.

“Sì, subito qua,” indica un altro bar arcobaleno. Guardo i miei quattro momentanei compagni di viaggio e mi fanno che per loro è ok. Perfetto, andiamo a conoscere anche questo bancone.

La ragazza, oltre ad essere mezza brilla è anche mezza nuda. Si vede praticamente tutto. Cercando di non abbassare lo sguardo troppo spesso inizio a parlarci: è simpatica. Mentre mi intrattengo con lei gli altri vanno più in mezzo, verso una sorta di pista da ballo.

Una mezz’ora più tardi la donna delle meraviglie ritrova per puro caso degli amici e come spesso capita ognuno va per la sua strada come se non ci si fosse mai incontrati. Strana cosa, questa.

Cerco gli altri ma non li trovo. Mi hanno abbandonato. Non è una novità, perciò non mi scoraggio. Ma sono le 3 passate e per domani ho in mente un fitto programma turistico. Cammino verso Times Square, dove so esserci una fermata della metro. La trovo nonostante venga abbagliato dalle luci della piazza. Mi nascondo sottoterra come un ratto. Ecco da cosa avrei potuto vestirmi!

Laggiù ritrovo clamorosamente un australiano conosciuto due sere prima. Siamo seri? In una metropoli che conta gli abitanti della Svizzera io vado a ripescare nel preciso momento, sulla stessa piattaforma e persino nell’esatta porzione di binario qualcuno che conosco? Per essere una coincidenza ammettiamo che è una bella coincidenza (del treno)!

***

Sono nel mio letto a castello, secondo piano. Tutto è buio, eppure nulla è come dovrebbe essere. Sento degli strani rumori. Dei rantoli. Ora delle voci. Qualcuno si sposta per la camerata. La porta cigola: le luci si accendono. Concitazione. Scuse. Forse un pianto. Lenzuola che si muovono. Mi volto. Metto a fuoco. Una macchia rossastra. Non è sangue finto. È vomito vero. Un asiatico non ha retto la serata. Eccolo qua il vero Halloween! 

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