Providence, come far licenziare qualcuno

Mai avrei pensato, un giorno, di finire in Rhode Island (sapevo manco dove fosse). E invece eccomi qua. Arrivato a Providence fresco fresco dalla bellissima Boston dopo un viaggio in autobus di soli 90 minuti senza recupero. Nulla in confronto alle 10 ore dell’ultima volta.

Perciò arrivo tutto contento all’ostello (l’unico in città) dopo l’immancabile camminata con megazaino in spalla. Ad accogliermi c’è un ragazzotto dal viso rotondo e simpatico. Si chiama Dave. Dopo gli immancabili convenevoli mi chiede i soldi per le due notti che passerò lì. Io sono convinto di dover pagare 55 dollari e così tiro fuori tre biglietti da 20.

Dave li prende e fa: “Ok, 80 bugs…” Mette i soldi in una busta da cui ne estrae degli altri. “Ed ecco a te 15 di resto,” mi dice sorridente.

Lì per lì non capisco perché devo pagare meno del previsto: non che mi dispiaccia! Forse mi hanno trattenuto dei soldi dalla carta di credito? Possibile…

“Stiamo per guardare The Beach,” mi spiega subito dopo. “Se vuoi unirti agli altri sei il benvenuto.” (gli altri sono un francese, una danese e una inglese)

Accetto volentieri, anche perché è un film che non ho mai visto. E si rivela essere completamente diverso da come me lo immaginavo: io pensavo fosse una specie di Cast Away, con Di Caprio (ancora giovane) quasi unico protagonista, e invece non è affatto così. In fondo hanno distrutto un paradiso thailandese per qualcosa di quantomeno guardabile…

Nel bel mezzo di scene di sangue Dave viene da me: “Mi sa che c’è stato un errore,” mi dice. “Mi hai dato solo 60 dollari. Io pensavo fossero 80 e il conto è di 65.”

Un po’ in imbarazzo ci scusiamo entrambi per il misunderstanding e gli do quanto dovuto. A questo punto fa la sua comparsa la proprietaria del posto. Mi si avvicina tutta seria: “Sei sicuro che sia ok? Se credi di aver dato la cifra giusta dimmelo pure…”

Io le confermo che va tutto bene.

Annuisce. “Ottimo allora.”

E mi ributto sul film, che è nella sua fase terminale. Dopo cena (un pad thai per rimanere in tema) Dave invita tutti ad andarci a bere qualcosa. Perché no? Troviamo un irish pub nelle vicinanze e prendiamo una birra made in Rhode Island: la Narragansett. Molto buona, e a soli 3 dollari il bicchiere.

“Sai il problema che abbiamo avuto prima?” mi dice Dave. “Ecco, mi sa che domani verrò licenziato.”

Io sono incredulo, e con me anche gli altri. Il francese, un minuto e fragile pischello occhialuto, si mette a piangere.

“Prima abbiamo fumato una canna,” ci informa la signora inglese (46 anni). “Mi sa che è ancora più sensibile del solito.”

Io cerco di capire: “Come lincenziato? Per un semplice malinteso?”

Dave sorride. “Credo di sì, ma non è un problema. In fondo non vengo pagato. Come loro,” indica il francese e la danese. “Lavoriamo 15 ore alla settimana e in cambio abbiamo un letto in cui stare.”

Tento di fare una faccia affranta. “Ah, capisco. Però mi dispiace…”

“Non devi. Se sono qua a bermi una birra con te significa che è tutto a posto. Non è colpa di nessuno.  Però la capa mi ha trattato malissimo, con un incredibile odio negli occhi…”

“Mi spiace.” Non riesco a dire altro tra una lacrima transalpina e l’altra.

Dopodiché Dave cerca di risollevare il morale al francese spiegandogli che ad ogni modo aveva già intenzione di partire al più presto per la Germania. Gli Stati Uniti proprio non gli vanno giù (mai sentita una cosa del genere da un americano). E bla bla bla. Diventa prolisso e logorroico. Non si ferma più mentre l’altro non riesce proprio a far finta di essere un uomo. La serata insomma non ha preso una buona piega, perciò paghiamo le nostre birre indigene e ce ne andiamo tutti quanti a dormire. Domani è un altro giorno, si spera migliore di quello appena trascorso.

***

Passo la seconda giornata in giro per la città (in quattro ore la si visita praticamente tutta, compresa la Brown University, a mio avviso più accogliente di Harvard). Sto per tornare verso l’ostello quando mi sento chiamare. Mi volto ma non vedo nessuno. Chi diavolo mi conosce a Providence?

“Hey, sono da quest’altra parte.”

Riconosco Dave. Mi stringe la mano. “Avevo ragione ieri sera. Sono stato licenziato.”

“No! Mi spiace,” balbetto.

“Nessun problema. Maglio così. Domani me ne torno a casa dai miei a progettare il viaggio a Berlino.”

“Capisco.”

“Stai tornando all’ostello?” mi chiede chiaramente sottintendendo che potremmo andarci insieme.

“In realtà no,” mento. “Faccio ancora qualche foto e magari mi prendo un caffè.”

Dave mi fa una specie di applauso. “Ottima idea, allora a dopo!”

E mentre lo osservo caracollare via tiro un sospiro di sollievo. Non mi andava proprio di sorbirmi un’altra volta le sue spiegazioni sui rapporti con la capa, con il suo Paese di nascita e via discorrendo. Il caffè però me lo piglio per davvero: americano, che ti brucia la lingua, come piace a me.

 

Al mio rientro all’ostello trovo una new entry: una viennese (no, non una cotoletta!). Dave le sta raccontando la sua disavventura (e te pareva!) cercando di sbatterci in mezzo anche qualche parola di tedesco. Lo sta imparando (pensa lui). Io mi fiondo in doccia che è meglio.

Quando ricompaio il francese sta sorseggiando del vino rosso. “L’ha presa Dave,” sorride indicando una bottiglia da almeno due litri. “Festeggiamo la sua partenza. Ne vuoi un po’?”

Scuoto il capo. “No grazie, ho una Narragansett.” (mai più senza!)

“Adesso sono di turno ma appena finisco, alle 10, Dave ci porta tutti in un pub in centro città,” mi spiega con la felicità di un bambino che sta per salire sulle ginocchia di Babbo Natale.

“Ottimo!” rispondo, senza fingere. Ci sta proprio una bella serata in società.

Mentre gli altri rendono trasparente la bottigliona io rendo leggera la mia lattina da quasi un litro (pesava dunque quasi un chilo se le elementari mi sono servite a qualcosa).

Alle 10 in punto siamo tutti pronti per uscire. E qui arriva il bello. Anzi, la brutta: la capa, inaspettatamente, fa la sua comparsa. Si avvicina al francese con fare minaccioso e lo invita a seguirla. Lui, barcollante e con la bocca già impastata, obbedisce. In lontananza capiamo di cosa si tratta: era in servizio, quindi non doveva bere. Le cose non volgono al bel tempo. Il francese torna con un muso che tocca il pavimento: “Sono stato licenziato pure io.” 

Dave fa una risata isterica. Io sono più che altro infastidito: mica ripeteremo la serata precedente eh?

No, non la ripetiamo. Questa è ancora peggiore. Il francese è talmente disperato che non riesce a piangere. Ma lo vuole fare, oh se lo vuole! Gli hanno ucciso Babbo Natale sotto al naso… E gli altri tentano di supportarlo (io di sopportarlo).

“Ma non so dove andare…” singhiozza sbiascicando (o sbiascica singhiozzando).

“Ti ospito a casa mia qualche giorno,” fa Dave il magnanimo. “Non ti preoccupare, i miei saranno d’accordo.”

Il francese non lo ascolta nemmeno. “Ma non capisco perché. Non è giusto!”

“No che non lo è,” ripetono in coro gli altri, compresa la viennese (no, non il dolce!).

Io però dico sottovoce all’inglese che in fondo ha più senso licenziare qualcuno per non aver rispettato le regole che non per un semplice malinteso. Lei è d’accordo. Se avessi detto il contrario secondo me sarebbe stata ancora più d’accordo. È strano come funzionino certe dinamiche, a volte.

“Se ci pensate è ironico,” dice Dave. “Se io non fossi stato licenziato questa sera non sarebbe successo nulla perché non avrei mai comprato il vino.” Mi fa l'occhiolino. "Dunque è tutta colpa tua!"

 Nessuno lo trova divertente.

“Ma come ha fatto la capa a vedere cosa stava succedendo?” chiede la danese (no, non un cane!).

“C’è una videocamera in sala. Può vedere tutto quello che capita in ogni momento da casa.”

‘Ah beh, furbi!’ penso mentre il resto della truppa discute su quanto questo sia insopportabile.

Okay, la situazione è critica, lo capisco, ma si esce o cosa? Su, dai che c’ho voglia!

Come per rispondere a una domanda mai posta Dave comunica ufficialmente che è meglio rimandare la bevuta. A mai, sospetto così su due piedi. Porca miseria…

La più depressa dalla situazione è comunque la danese (no, non una treccia!): “Perciò adesso rimango solo io a lavorare? A me non sta bene. E adesso so pure di essere spiata in continuazione… Come faccio a restare qui a queste condizioni?”

Mentre gli altri ne dibattono io decido di andarci a dormire su. Due cacciati in 24 ore e forse una terza che si licenzierà presto? Beh, ho portato fortuna ragazzi!

Forse è giunto il momento di andare a fare danni a New York,,,