Chicago, come farsi rapire da un taxista

Ci sono un americano, un neozelandese e uno svizzero. C’è anche altra gente. Una birra. Due. Tre. Qualcuno perde il conto. L’ostello offre un paio di casse. Le offre così come offre caffè tutto il giorno e pancakes fino alle 11 am. Tutto gratis, a sentire loro. Non proprio così, a sentire il mio portafogli: oltre 50 dollari (tasse incluse) a notte per un letto in camerata gridano vendetta. Eppure è la soluzione meno dispendiosa. E hanno il coraggio di dire che la Svizzera sia cara… Vecchia questione, questa, ma lasciamola per un’altra giornata polemica.

Birre 'gratis', dicevamo. E vuoi non approfittarne? Solo che il 7 ottobre sulla cima di un palazzo di Chicago a una certa inizia a non sembrare più l’Africa. Si sta come gatti sul tetto che ghiaccia. E quindi bisogna trovare alternative.

“Andiamo in un locale qua vicino che conosco,” dice l’americano di Cleveland.

“Why not?” rispondiamo in coro io e il neozelandese trasferitosi nei Caraibi (il quale ha passato la serata a rispondere a quesiti inutili: di dove sei in Nuova Zelanda? Lo dice e nessuno capisce. Eh ma io conosco solo Auckland, si giustificano tutti. Ma allora cosa chiedi?? E lo stesso con ‘sta isola mai sentita dei Caraibi. Però lo ammetto, la domanda intelligente l’ho fatta pure io…).

Dunque questo improbabile trio se ne esce dall’ostello e se ne va per le vie della Windy City. E ammazza se è windy questa sera! Ovviamente sbagliamo strada… La pelle d’oca ringrazia. Ma alla fine ce la facciamo. Entriamo e l’ambiente non è dei peggiori. Il neozelandese ce ne offre una. Poi è il mio turno. Poi toccherebbe all’americano ma non si sa bene come riesce a ripassare la patata bollente al caraibico d’adozione. Beh, a me che me ne frega? Chi paga paga, basta che paghi. A questo punto però accendono le luci, sono le 2. Tutti fuori. E vuoi disobbedire ad armadi tanto quadrati di forma (sono due metri per due) e di sostanza? Così ci ritroviamo in mezzo a una strada.

Un taxista smilzo e abbronzato ci abborda: “Vi porto io in un bel posto!”

Noi tre tipi da barzelletta ci lasciamo convincere. E così via in questa mezza limousine. Il neozelandese e il nostro ‘dipendente’ del momento entrano in confidenza. Tanto che si spartiscono una canna enorme. Andiamo bene, penso. Dopo una ventina di affumicanti minuti eccoci al posto promesso. Tanto chiuso da non sembrare mai stato aperto! E adesso? E adesso il simpatico guidatore ci propone di riportarci indietro. I miei due compagni di sventura sono d’accordo, io un po’ meno: che senso ha? Fatto sta che la democrazia per una volta ha la meglio e si riparte. Ci si infila in vicoli stretti e bui, si sale sui marciapiedi, si va a zig zag tra edifici fatiscenti e cassonetti della spazzatura. Roba da film yankee. E si torna alla casella di partenza. Un gioco dell’oca (senza pelle) piuttosto preoccupante. Mi sento intrappolato in una situazione che non mi piace. Ma dopo un’ora in ostaggio eccoci di nuovo liberi. E il riscatto? Nada. Niente di niente. Il taxista è talmente fatto che ci lascia andare senza chiederci nemmeno due cents (inutili qua come nel resto del mondo). Ci abbiamo soltanto perso un po’ di tempo. Non refundable. Non offerto dall’ostello.