Usa, come rischiare di farsi rispedire a casa

Arrivo alle diciotto all’aeroporto O’Hare di Chicago. Diciotto come le ore di volo per arrivare da Milano, causa scalo a Istanbul: per risparmiare. Maledetti soldi! Prima di raggiungere il racattaggio bagagli bisogna mettersi in fila per il primo controllo. Quando tocca a me mi avvicino fiducioso ad un poliziotto grasso, dai capelli radi bianchi e baffoni ingialliti che mi ispirano simpatia. Gli porgo il passaporto.

“Cosa sei venuto a fare?” mi ‘accoglie’ schifato. 

Gli sorrido. “Turismo.”

“Perché?”

“Per vedere un po’ di città degli Stati Uniti,” rispondo vagamente sorpreso. 

“Per quanto tempo?”

“Quasi sei settimane.”

Mi guarda come si guarderebbe un appestato. “Sei qua soltanto per viaggiare?” 

“Esatto.”

“Quante persone conosci qui?”

“Nessuna.”

“Nessuna?” Pare dubbioso. “Viaggi da solo?”

Annuisco con forza.

“Come pensi di mantenerti?”

“Ho un conto in una banca in Svizzera.”

Smorfia di disgusto. “E qua quanto hai?”

“Cinquecento dollari.”

“E dopo sei settimane torni a casa?”

“No, vado a Cuba. Parto il 15 novembre.”

La sua faccia assume un’espressione di ribrezzo. “A Cuba? Perché proprio Cuba?”

“Perché voglio visitare anche lei.”

Deve pensare di avere a che fare con un pazzo. Io in realtà sono piuttosto divertito. 

“Fammi capire. Quindi vai in giro per due mesi da solo?”

“Sì.”

Sbuffa. Non sembra capacitarsene. Poi mi fa mettere quattro dita della mano destra su di uno scanner. Dopo tocca al pollice. Stesse operazioni per la sinistra. 

“Guarda la videocamera,” mi ordina.

Dopo qualche secondo in sospeso scrive sul border pass I15, o qualcosa del genere, non è molto leggibile. Lo infila nel mio passaporto e me lo porge (sarebbe più corretto dire che me lo lancia).

Il suo voltarsi dall’altra parte mi suggerisce che posso andare. E meno male che mi ispirava simpatia! Prendo i miei stracci da solitario-comunista e mi sposto verso il rullo che sta già sputando fuori valige a tutto spiano. 

Passano diversi minuti e del mio zaino nulla. Ne approfitto per andare in un bagno degno dei peggiori autogrill italiani. Sul pavimento c’è un segnale giallo: Caution/Cuidado. Wet floor/Piso mojado. Sorpreso della doppia lingua scatto una foto (se comincio così è finita!). 

Per farla breve piglio il mio enorme zaino e mi metto in coda all’ennesima fila. Non vedevo l’ora! Passata una decina di minuti controllano il mio passaporto e mi dicono di mettermi dietro ad altra gente ancora. Piano piano si avanza e vedo che a quelli prima di me fanno togliere tutto ciò che hanno nel bagaglio. Tremo al solo pensiero di doverlo fare pure io. 

Giunto il mio turno mi aspetta un poliziotto alto, biondo e con gli occhiali. Sembra tedesco. 

“Hello,” mi saluta, almeno lui. “Cosa vuoi fare negli Stati Uniti?”

“Sono venuto per fare un giro.”

“Un giro. Perché?”

“Mi piacerebbe vedere un po’ di città americane.”

“Cosa esattamente?”

“Non lo so ancora. Il solito: il centro, i musei, i monumenti.”

“Un po’ generico,” mi dice calcando forte sulla sua perplessità.

“Non lo so. Vedrò di volta in volta.”

“Va bene,” mi squadra ancora più dubbioso del collega baffone. “Quindi cosa pensi di fare esattamente?”

“Inizio qua da Chicago, ho preso un ostello per sei notti e poi penso che andrò a Detroit.”

“Detroit? Perché Detroit?”

“Perché voglio andare verso Boston.”

“E quanto ci starai?”

“Due giorni penso.” 

“A vedere cosa?”

“Non lo so ancora, ci penserò…”

“Sei arrivato bello impreparato eh? Se io andassi a New York direi che vado a vedere Times Square e la statua della libertà. Molto vago non trovi?”

“Beh, ma si va in queste città proprio per…”

“E dopo gli States?” taglia corto.

“Cuba.”

“Perché?”

“Per visitarla.”

L’occhialuto scuote la testa. “Capisci che qua abbiamo un problema?”

“No, non proprio.” 

“Tu sei molto vicino all’essere rispedito a casa.”

Mi rabbuio di colpo. “No, perché?”

“Non sei preciso. Non sai dove sarai tra una settimana. Non sai quello che andrai a visitare.”

Lo guardo esattamente come lui fissa me, pensando che questo non ci sta con la testa. Ma fa sul serio o mi sta prendendo in giro?

“Che lavoro fai?” mi chiede.

“Al momento non ho un lavoro, ma ho studiato giornalismo.”

“Sei senza lavoro e fai un viaggio. Ti sembra normale?”

“Ho dei soldi da parte e volevo fare una nuova esperienza.”

“Perché?” 

“Perché…. Perché non voglio stare a casa senza stimoli. Qui spero di trovarne.”

“A me non sembra normale,” dice l’occhialuto. 

“Nemmeno a me,” lo spalleggia un collega. “Forse ha vinto alla lotteria,” fa il simpatico. 

“Ho dei soldi da parte…”

“Sei senza un lavoro e hai soldi da parte?”

“Sì.”

 “Come è possibile?”

Inizio a diventare nervoso. “Ho lavorato in passato e poi ci sono i miei genitori…” 

“E loro cosa fanno?” 

Glielo dico.

Mi sforzo ma non riesco proprio a convincerli di essere una persona per bene.“Non dovresti cercare un lavoro invece di venire qua?” mi chiedono per non apparire paternalistici. 

“Sì ma lo posso fare anche da qua, via internet.”

“Tu hai fatto il college?“

“Sì, e non solo quello.”

“Bene, allora lo capisci, vero, che qui abbiamo un problema serio?”

“Sto iniziando a capirlo…”

“Ok. Apriamo lo zainetto e vediamo cosa c’è.” 

Mi tirano fuori tutto. Mi prendono il cellulare e cominciano a leggere i messaggi. Sarà legale?

“Questa che lingua è?” mi domanda una terza poliziotta, bassa, tarchiata, tatuata e che dubito sia mai stata eletta miss universo. “Portoghese?”

“No. Italiano.” 

I tre parlottano. C’è qualcuno in zona che capisce l’italiano? Parrebbe di sì. Il mio telefonino raggiungerà presto quella persona. 

“E nell’hard disk cosa c’è?” mi chiedono. “Se lo controlliamo cosa ci troviamo?” 

“Quasi niente. Dei racconti, vecchi articoli che ho scritto, forse…” 

“E nel computer?”

“Documenti, foto, film… Le solite cose.” 

Accendono la macchina fotografica. Ho un brivido pensando che possa apparigli strana la foto al segnale giallo del bagno. Eppure non ci fanno caso.

Poi tirano fuori tutti i vestiti dallo zaino più grande e trovano le guide degli Stati Uniti Orientali e di Cuba. Spero che queste depongano a mio favore. 

“Hai il visto per Cuba?” 

“Sì, ho la targueta de turista.”

La prendono come fosse un pezzo di carta igienica usata. “Non dovrebbe essere nel passaporto?”

“No, si compila solo prima di partire.” 

“Vai a controllare,” dice l’occhialuto a quello simpatico. E lui va. 

L’occhialuto mi dice ancora una volta: “Non so se te ne rendi conto ma sei vicino tantò così dal tornare a casa.”

“Ma io sono qua davvero solo per turismo,” faccio io candido come un angioletto.

“Scriverai qualcosa mentre sei qua? Un blog?”

“Sì, forse…”

“Devi essere onesto con me. Qua hai un grosso problema.”

“Sì, se ci sarà qualcosa che mi ispira ne scriverò.”

“Quindi scriverai di me?”

 “Magari sì… O forse è meglio di no,” mi sforzo di sorridergli sperando non si accorga che di riflesso gli sto leggendo il nome sulla divisa (di origine tedesca come supponevo). Lui resta di pietra e mi affretto ad aggiungere che sto solo scherzando. 

“Ok. Hai il biglietto per Cuba?”

Glielo faccio vedere.

“Ma fa scalo in Messico. Hai il visto per il Messico?”

“No. È solo un transito.”

“Fa niente. Ci vuole il visto.”

“Non mi risulta,” gli dico. 

“Vado a controllare. Non muoverti. Aspetta qua.”

E io resto lì come un idiota a chiedermi quanto mi costerebbe se davvero fossi costretto a tornare indietro. I soliti maledetti, ansiogeni soldi!

Quando tornano tutti mi fanno sapere che il visto per il Messico per gli svizzeri non è necessario, che la targueta funziona effettivamente come gli ho detto (se non le sanno loro queste cose!) e che nel cellulare non c’è nulla di troppo compromettente. 

“Quindi incontrerai qualcuno mentre sei qua?” 

“No,” gli ripeto per l’ennesima volta. 

“Nemmeno Cristina?”

“Cristina? Quale Cristina?”

“Nei messaggi c’era una certa Cristina.”

“Non penso…”

Controllano e non la trovano. Se non capiscono nemmeno i nomi andiamo bene… 

“Non so ancora se ci possiamo fidare,” mi fa l’occhialuto. “Non lo so proprio.”

Resto in sospeso, l’ultima decisione spetta a lui. Intanto mi fa rimettere tutto negli zaini.

Sospira. “Quanto hai sul conto in Svizzera?“

Glielo dico approssimativamente. 

“E qui non lavorerai?”

“No.”

“Nessun business?”

“No.”

“Quindi il 15 novembre vai a Cuba e non ti vediamo più?”

Tento di sorridergli ancora una volta. “Certo! Non torno di sicuro…” 

“Ok, guarda,” mi dice quasi amichevolmente. “Se tu avessi un altro passaporto ora te ne torneresti a casa. Però per questa volta ti è andata bene.”

“Grazie.” 

“Comunque registriamo il tuo telefono.” Prendono nota del numero di serie. Non ho il coraggio di chiedergli per farci cosa. In compenso arriva la ramanzina finale: “Devi capire che il mondo è duro. Non viviamo in un’isola felice. Non puoi venire in un paese nuovo e pretendere di andare in giro senza dare spiegazioni. Noi dobbiamo sapere quello che sei venuto a fare.” 

Ovviamente mi trattengo ma gli direi volentieri che ho viaggiato in decine di posti facendo esattamente quello che a loro non pare normale senza aver mai avuto problemi. Di solito il denaro dei turisti piace. Qua non so che problemi abbiano. 

Mi ridanno il passaporto. 

“Il border pass lo tenete voi?” chiedo all’occhialuto. 

“Sì, ora non ti serve più. Esci da quella porta e sei libero.”

“Bravo,” mi fa il simpatico. “Te la sei cavata. Ci hai fregati. Hai fregato il sistema.”

Sorrido forzatamente ad entrambi e giro i tacchi in tutta fretta non potendo fare a meno di domandarmi se per caso non mi abbiano sfottuto per oltre mezz’ora…

E se così non fosse? Se avessi portato il passaporto italiano anziché quello svizzero? Se non avessi avuto le guide con me? E se avessi fatto o detto qualsiasi minima cosa in maniera differente? Forse sarei scivolato su di un pavimento bagnato. Dritto nel cesso. Chi lo sa, però spero proprio che il buongiorno non si veda dal mattino… 

 

 

Testo scritto il 6 ottobre 2016 all’IHSP Chicago Inn di Chicago, Illinois.