Aeroporto Atatürk: appunti di scalo

Seduto su di una poltroncina del terminal non ho trovato di meglio da fare che scribacchiare qualcosa per passare il tempo:

- Il bello di viaggiare da single è che non c’è nessuno che ti chiede chi, dove, quanto e perché stai guardando (la solita gente malfidente!)

- Nel complesso valuto le turche niente male. Dove, nel mondo, ne troverò di niente bene?

- Gli aeroporti sono ancora più affascinanti delle stazioni ferroviarie. Tutto merito del vestiario: qui c’è chi è in pantaloncini e chi con il cappotto impellicciato, chi con l’ombrello in mano e chi con gli occhiali da sole sul naso (pur trovandosi all’interno). Uno zoo di animali umani.

- Tanti si guardano in giro in cerca di approvazione o dell’anima gemella che li colpisca come un fulmine sulla via al gate. Ma forse è solo una mia impressione.

- Chi parte da chi o da cosa va? Da chi o da cosa scappa?

- Migliaia di storie raccontabili in quasi ogni lingua del mondo si incrociano senza lasciare nulla, se non uno sguardo, una spallata, un sospiro buttato nell'indifferenza pneumatica di un presente già passato.

- Tacchi che taccano, rotelle che rotellano, voci che vociano, bellezze che bellezzano, mostri che mostrano.

- Una texana seduta vicino a me mi chiede se sono sudamericano. Questa è proprio bella…

 

 

Testo scritto a Istanbul (Turchia) il mattino del 5 ottobre 2016.