Boston, per un sabato da calciofili littleitaliani

Sabato 22 ottobre 2016. Milano: 20.45. Boston: 2.45 pm. Sono in un bar nel mezzo di Little Italy per un motivo molto semplice: vedere Milan-Juventus in diretta tv. Arrivo giusto in tempo per accaparrarmi l’ultima sedia libera e sentire il fischio d’inizio. Attorno a me diversi italoamericani e qualche turista.

Noto subito il cameriere, dall’accento vagamente romano e con il corpo a forma di pera e il codino come naturale prolungamento. Pare simpatico, anche perché ti porta quello che vuole lui, e se uno rifiuta una birra, costringe qualcun altro a prenderla al suo posto: “Toh, bevila tu,” fa ad un anziano. “Lo so che la vuoi.”

“No grazie, ho lo stomaco sottosopra. E lunedì ho la chemio,” si scusa il malcapitato.

La pera gli appoggia il bicchiere sotto al naso e alza le spalle. “Ma sì, cosa vuoi che sia! Te la bevi piano…” E se ne va fischiettando.

Intanto la partita si fa nervosa: un gol annullato e le relative polemiche mi mettono sete. Chiedo al cameriere una Peroni. Lo faccio in italiano, giustamente. E lui mi risponde in inglese! Il che mi lascia perplesso e mi ricorda una circostanza molto simile accaduta due anni fa a Berlino (vedere testo più sotto). Va bene che non sembro calabrese, ma se parlo la tua lingua perché non accettarlo?

Quando mi porta quanto chiesto dico convinto: “Grazie.”

E lui: “You’re welcome.”

Okay, ci rinuncio ufficialmente.

Uno vicino a me gli domanda: “Mi fai una pizza fatta bene, tranquilla, senza troppo formaggio e pomodoro?”

“Certo, come no.”

Dopo una decina di minuti, quando ormai siamo all’intervallo il cameriere torna. “Ecco la tua pizza.”

“Ma è piccola,” protesta il signore.

“Esatto, come l’hai chiesta tu.” E se ne va.

Il mio vicino ci rimane malissimo. “Ma io la volevo normale,” piagnucola.

Il secondo tempo ricomincia e arriva un grandissimo gol del Milan. Mezzo bar esplode di gioia, l’altro mezzo di rabbia.

Tra urla, crisi di nervi, infarti e via discorrendo il locale si trasforma in un ospedale psichiatrico.

Un ragazzo chiama il cameriere: “Giacomo, scusa… Giacomo! Ehi Giacom… Ma non si chiama Giacomo?” domanda a un suo amico.

“Sì che si chiama Giacomo.”

“Ma non si gira se lo chiamo!”  

“Cosa vuoi che sia, è fatto così…”

Dopo questa constatazione non resta che vivere un ultimo brivido e ascoltare il suono dolce o amaro (dipende dalle orecchie) del triplice fischio finale. Pago i miei 6 dollari più uno di mancia alla pera. In inglese, of course.

 

 

Di seguito un testo che ho scritto nel febbraio 2014 a Berlino:

 

Martedì di coppa e Schinkenwurst

Arrivo al ristorante-trattoria-pizzeria-caffè-bar-bistrot Sport Italia di Berlino con circa dieci minuti di ritardo. Spossato da tre interminabili ore di lezione di tedesco mi stravaco su di una sedia e guardo il megaschermo: bene, sono ancora 0-0. Mi volto leggermente verso destra e su un televisore più piccolo scopro che il Paris Saint-Germain sta già vincendo: non ci hanno mica messo molto. Sulla sinistra invece che ti vedo? Sanremo. Ma porca di quella miseria, anche qua! Non se ne poteva proprio fare a meno? In ogni caso decido che tanto non mi lascerò distrarre. Facile a dirsi… Infatti come fai a non farti coinvolgere quando all’improvviso compare quella gnoccolona di una Littizzetto tutta rosa e impiumata? Se hai il gusto dell’orrido ti fai ipnotizzare, è matematico. Per fortuna lo spettacolo, quello della partita, si fa desiderare e non mi perdo niente di eclatante. Poi Fabio Fazio, l’intellettualoide de noantri - che a causa dei milioni che piglia si è dimenticato di farsi la barba - riguadagna la scena e perde la mia attenzione. Perfetto, rieccomi su Messi e compagnia calciante.

Ma ‘sto Manchester City non potrebbe fare qualcosa di più? Pure il commentatore, Massimo di nome e Mauro di cognome, sembra perplesso. Mi dico che essere d’accordo con lui non è un vanto, ma a risollevarmi arriva la cameriera calabrese. Un secondo prima ha parlato in italiano con due turchi che giustamente non l’hanno capita, e con me si sente in obbligo di sfoderare il suo tedesco. Mi chiede cosa voglio.

“Eine Warsteiner,” rispondo. “Grazie mille,” e calco sull’italiano.

“Vom Fass oder Flasche? Grosse oder klein?” (nota per il lettore: se ci sono errori è perché ho riportato fedelmente le sue parole, altrimenti ovviamente l’ho corretta io)

Le rispondo: “Grosse e alla spina, per favore.”

“Ok, ich komme gleich.”

Mah, si vede che l’abito fa il monaco più della sua lingua. Oppure non c’è niente da fare, se una donna ha deciso una cosa, quella è e quella rimane a tutte le latitudini: inutile discutere.

Dopo poco torna con un bel mezzo schiumoso. Dankeschön.

Il Psg fa il secondo gol su rigore e chiude la partita, la mia invece non decolla. A decollare è sempre dall’altra parte l’esperimento missilistico di Ibrahimovic: un Tomahawk pure al rallentatore. Solo 0-3 dopo il primo tempo? Non male questo Leverkusen, si nota che è secondo in Bundesliga…

Nell’intervallo mi gusto gli sproloqui di Caressa, che preferisco comunque come telecronista (se non altro perché non lo si vede in faccia). A Sanremo intanto che succede? Succede che fa la sua comparsa la ormai sovrabbondante e sovraetà Laetitia Casta, sogno proibito mio e di tante altre mani negli anni ’90 (segnalo alla Rai che siamo nel 2014). Vabbè, dai, una comparsata concediamogliela… Mezz’ora dopo è ancora lì, mezza nuda e intenta a cantare e forse ballare (non saprei dire, non sono un esperto in materia). E Fazio che le fa da valletto è… cos’è… mi mancano le parole. Mi ributto sulla partita ma ammetto che qualche occhiata ogni tanto proprio non riesco a non darla. Ecco però che accade l’inevitabile: rigore per il Barcellona e cartellino rosso per il difensore del City. Un romano dietro di me sostiene che il fallo è dentro l’area ma che l’espulsione si poteva anche non dare. Io vorrei dirgli che la penso esattamente al contrario ma mi trattengo: per una volta che credono io sia tedesco!

Mentre Messi esulta mi rigiro a sinistra e la Casta è sempre in primo piano. Di solito non faccio i conti in tasca alla gente ma in questo caso vorrei sapere l’ammontare del suo cachet: secondo me Brunetta si sta rivoltando nel seggiolone.

Infine arrivano il secondo gol degli spagnoli e il quarto dei francesi: latini battono anglogermanici 6-0 (in trasferta). D’accordo, come volete, se proprio insistete in occasione del ritorno dopo il corso di tedesco me ne tornerò direttamente a casa a studiare (forse).

Pago, saluto la cameriera con un internazionale ciao e, dato che non ho ancora cenato, corro a comprarmi qualcosa al supermercato lì vicino (chiuso solo tra mezzanotte e le sei del mattino). Opto per un invitante tramezzino Schinkenwurst mit Ei und Gurken (regolarmente etichettato come Premium Sandwich da 1,79 euro, se non vi dispiace). Lo ingurgito in fretta mentre aspetto due minuti che arrivi l’autobus. Quando si aprono le porte l’autista mi dice che posso salire solo se garantisco di non mangiare sul suo mezzo il quarto di tramezzino che mi rimane. Ma come, con quello che succede sui mezzi degli altri? Pazienza, gli confermo che va bene. Mi siedo e appena ripartiamo mi riempio la bocca di nascosto come Fantozzi con le polpette di Bavaria (chi non sa di cosa sto parlando vada immediatamente a ripassarsi la lezione sulla storia del cinema). Arrivati alla mia fermata scendo (mi pare ovvio) e cammino fino all’entrata del residence (parola straniera altresì usata per definire una catapecchia per studenti) ponendomi un’ultima importante domanda: anche in Svizzera gli uccellini cinguettano alle undici di sera?

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