Pullman notturno Usa vs sleeping bus Vietnam

Usa:

Partenza da Buffalo: 11.30 della sera. Arrivo a Boston: 9.30 del mattino. Per chi non ha una laurea in matematica fanno 10 ore tonde tonde per fare circa 750 km. Una lunga notte ti attende. Il tuo mezzo di trasporto arriva con un quarto d’ora d’anticipo e si procede subito all’imbarco. Ti metti in fila sperando di trovare due sedili liberi, per stare largo. Dopo aver mostrato il biglietto al guidatore e dato il tuo pesante zaino all’addetto alle valige (colui che le lancia nella pancia del pullman) sali e capisci subito che, come previsto, si tratta di un normalissimo autobus (niente “letti” come accade invece in Vietnam: vedere più sotto). Fortunatamente trovi i tuoi posti liberi sulla destra, come desiderato: sì perché l’esperienza ti dice che è meglio non vedersi sfrecciare le auto apparentemente in contromano sulla propria sinistra. Sei un po’ troppo avanti però, in terza fila. Dato che comunque non è in programma nessuno spettacolo, avresti preferito stare più indietro. Un vero motivo in questo caso non c’è, ma a naso la pensi così. Infatti un problema lo riscontri non appena partite, quasi in orario. Piove che Dio la manda e i tergicristalli vanno che è un piacere. Non però per le tue orecchie che devono sorbirsi il loro sbattere l’uno contro l’altro in pratica ogni secondo. Tenti di risolvere ascoltando un po’ di musica ma non è sufficiente. Così per la prima ora pensi di impazzire, finché finalmente non cadi tra le braccia di Morfeo. Giusto in tempo per venirne strappato con violenza dalla voce possente dell’autista che vi avvisa che siete giunti alla prima fermata. Grazie per l’informazione. Alcune persone salgono, nessuno scende. Dopo la ripartenza il tuo cervello ricomincia a soffrire. Alla stazione successiva sale un sacco di gente. Per paura che qualcuno possa sedersi vicino a te ti alzi e fai finta di sgranchirti le gambe occupando in pratica entrambi i sedili. La tattica funziona. Rifai lo stesso alla terza e stavolta un ragazzo ti chiede se può accomodarsi. “Certo,” dici con il maggior entusiasmo possibile. “Solo un secondo che metto via lo zaino.” Stai per chiuderlo e posizionarlo negli appositi spazi in alto quando vedi che il disturbatore si accomoda da un’altra parte. Esulti internamente.

E si avanza così, tra una sosta e l’altra, tra un abbiocco e un brusco risveglio, e con parte degli Stati Uniti che vi passano a fianco senza che sia possibile vederli. Peccato, ma di giorno non saresti mai riuscito a resistere tutte quelle ore seduto. E poi con questo viaggio eviti di spendere i soldi di una notte in ostello. Furbo eh? Anche perché i 90 dollari investiti per il biglietto non sono esattamente noccioline. E nemmeno bruscolini. E neppure altri ini e ine. Eppure ogni altra soluzione sarebbe stata peggiore, perciò va bene così, per forza.

Intanto, oltre i finestrini ptagliati da gocce striscianti, l’alba cerca di farsi vedere: non ci riesce. Lei c’è ma tu non la prendi in considerazione. Dormi sul serio, finalmente.

Quando apri gli occhi sono le 9 passate. Manca poco. Tanto che decidi di accettare il dolore alla schiena e al collo pur di non perderti più nulla. Sei a pezzi, ti chiedi come abbiano fatto quelli con il doppio dei tuoi anni a stare seduti nella metà del tuo spazio. Non hai il tempo per le risposte. L’autista ti dà l’unica notizia che ti interessava: siete approdati alla South Station di Boston. L’arrivo prima di una nuova, immediata, partenza in cerca dell’ostello.

 

Vietnam:

Certe notti non finiscono mai, soprattutto se viaggi lungo il Vietnam. Cominciano presto, verso le 19, infila davanti al pullman notturno, anche chiamato sleeping bus. Quand’è il tuo turno sali due scalini, togli le scarpe come prescritto e le infili nel sacchetto di plastica gentilmente offerto dall’autista. Lo guardi speranzoso: ha un viso pacato e pacifico. E pure sobrio, che non guasta. Bene. Di fronte a te si stendono ora tre file (due laterali e una centrale) di piccoli letti a castello a due piani. In totale saranno una sessantina di posti. Avanzi fino al secondo corridoio, quello sulla destra, dietro al conducente. Sei stato svelto abbastanza da poter scegliere dove piazzarti: opti per un posto inferiore. Forse si ballerà di meno, ti dici. Seguendo l’esempio dei vicini alzi lo schienale e infili le scarpe nel vano creato apposta. Lo chiudi e cerchi di metterti comodo sprofondando giù fino al massimo, ad un’angolazione rispetto al pavimento di circa 30 gradi. Se sei più alto di 1.65 devi piegare le ginocchia, altrimenti ci stai tutto. Insomma, bisogna dire che per essere un bell’autobus è proprio un bell’autobus. Ben pensato, pulito, e dotato persino di una coperta per ogni paio di gambe. Fuori si muore dal caldo ma lì dentro, come in qualsiasi mezzo dotato di aria condizionata del Sud-est asiatico, il rischio ibernazione non è da escludere a priori.

Le porte si chiudono e l’avventura può iniziare ormai. Pochi metri e senti il primo clacson. Poi diventa inutile contarli, è un valzer in piena regola. Dovresti esserci abituato dopo aver passato qualche settimana nel Paese e invece no: non è possibile. Sembra sempre che debba accadere chissà quale disastro, un incidente di portata biblica, eppure in qualche maniera si procede senza intoppi. Meglio così, ovviamente.

A questo punto non resta che passare il tempo prima di tentare di dormire un poco. Che fare? Come a risponderti viene azionato un grosso televisore che spara il karaoke a tutto volume. Immagini inguardabili e musica inascoltabile. Ma ecco che a distrarti ci pensa la prima di diverse fermate. Spesso infatti i vietnamiti attendono l’autobus sul ciglio della strada e lo prendono più o meno al volo. Tuttavia non ci sono più “letti” disponibili: nessun problema, un materassino da palestra nel corridoio e il nuovo passeggero si può sdraiare senza reclamare; probabilmente non avrà pagato quanto te (circa 20 dollari). E si assopisce subito, il più delle volte. Ben presto il pavimento viene ricoperto, così che alla prima sosta (dopo circa 3 ore) ad una sorta di autogrill per mangiare qualcosa e andare al bagno, devi arrampicarti e fare lo slalom per raggiungere l’uscita. Però le scarpe le puoi lasciare dove stanno dato che ad attenderti sull’uscio c’è una grossa cesta colma di molteplici ciabatte di tutti i tipi e colori da prendere in prestito. Che organizzazione! Una trentina di minuti più tardi chi c’è c’è e via (senza karaoke), si riprende la strada lunare tra crateri, dossi, buche, discese ardite, risalite, accelerazioni e frenate da aereo che sta uscendo di pista. Dopotutto non c’è da sorprendersi se per fare 500 chilometri ci vogliono 11 ore… Tu non sai più a cosa attaccarti e non puoi fare a meno di notare con invidia che la maggior parte dei tuoi compagni di viaggio sta incredibilmente dormendo. Come è possibile, qual è il loro segreto? Oppure, qual è il tuo problema? Infili le cuffiette nelle orecchie e chiudi gli occhi in cerca di risposte noiose e soporifere... Il tentativo viene però stroncato sul nascere: le luci al neon rosse e blu che contornano il mezzo si accendono improvvisamente senza che tu riesca a capire. Fino a quando non scorgi una sorta di posto di blocco, e dei poliziotti piuttosto inquietanti scrutarvi mentre li superate a passo d’uomo. Quindi tornano le tenebre, rischiarate di tanto in tanto dai fari abbaglianti di camion e altri bestioni che vi sfiorano nella notte per vedere se poi è tanto difficile fare un frontale: tu chiamale se vuoi emozioni non richieste.

Verso le 2 del mattino arriva la seconda sosta in autogrill. Pardon, in casa di qualcuno: sì perché dopo esserti infilato le solite ciabatte e intontito aver cercato la toilette, ti rendi conto all’improvviso che quello su cui ti stai liberando altro non è che il muro portante di un’abitazione. E sdraiato su di un divano individui un uomo che russa beatamente: lo riconosci, è l’autista. Nella vicina poltrona un vecchietto, forse il padrone di casa, guarda la tv senza fare caso a tutti quegli intrusi, mentre in un angolo il resto della famiglia tenta di vendere noodles e bibite fresche. Troppo stanco per stupirti, risali sull’autobus e attendi paziente. Un’ora più tardi ricompare anche il conducente: riposato, si spera.

Si riattacca a ballare al ritmo di clacson e lampi di luce per molti altri lunghi, lunghissimi chilometri. Per quale strano motivo non hai speso qualcosa in più per il treno o l’aereo? Pazienza, ti fai coraggio, in fondo sei sulla strada giusta: è ciò che conta. Per di più in lontananza un certo chiarore ora ti culla, tanto da riuscire a spegnerti a poco a poco l’istinto di sopravvivenza fino a farti perdere i sensi.

Delle voci. Agitazione. Qualcosa ti urta. Tra le palpebre distingui due piedi. Poi altri. Si muovono. Ti alzi di scatto: sono “già” le 6. È il capolinea. Certe notti dunque finiscono. Finiscono all’alba in una nuova città vietnamita ancora tutta da scoprire.

BlogPatrick AcquadroComment