Toronto, come finire in una bisca clandestina

Continuiamo con le barzellette? D’accordo, come volete. Stavolta siamo in cinque. E c’è persino una ragazza, ci concediamo questo lusso. Sarà perché è sabato sera. Siamo seduti ai tavolini esterni del bar attaccato all’ostello. Oltre al sottoscritto ci sono il colombiano derubato (vedere puntata precedente) e tre sue nuovi amici: un irlandese fulminato e una giovane coppia di lì, di Toronto. Non so come e dove li abbia conosciuti ma non me la sento di chiederglielo. Gli domando piuttosto come sta.

“Benissimo!” esulta. “Hanno trovato uno dei miei rapinatori e anche il telefonino. Guarda!”

Eseguo l’ordine parecchio sorpreso. “Come hanno fatto a prendere il ladro?”

“Oggi ho passato tutto il pomeriggio in polizia. Mi hanno fatto vedere un po’ di fotografie e io l’ho riconosciuto. A quanto pare in realtà l’avevano già arrestato!”

“Davvero?”

“Proprio così. Come sono efficienti questi canadesi,” si complimenta.

E io mi congratulo con lui per aver ritrovato il sorriso. Poi gli chiedo cosa fosse successo esattamente.

“Non me lo ricordo bene. Sai che ero molto sbronzo… So che erano in due, non so altro…”

Un po’ vago per uno che poi ha riconosciuto uno dei malviventi, penso. Ma non stiamo a sottilizzare.

“Però stasera stiamo tranquilli eh?” gli faccio leggermente ironico.

“Certo, non ti preoccupare.”

“Bene, anche perché io mi sa che al massimo a mezzanotte vado a dormire. Sono stanchissimo.”

“Sì anche io,” mi fa sorridendo. “Però bisogna festeggiare. Vado a prendere un pitcher (=caraffa) di birra per tutti quanti.”

Ottimo, mi posso dedicare alla conoscenza degli altri tre. Il più lontano, l’irlandese, sui cinquanta, coi capelli grigi e lunghi e unti, sembra ridere in continuazione, per nulla. Come prima cosa non mi chiede il nome, bensì la nazionalità. E da lì in poi io per lui sono Switzerland. Così come l’altro è Colombia e i canadesi sono Canada Uno e Canada Due (come i bob alle olimpiadi invernali). Canada One sarebbe la ragazza, carina, se non fosse che ha due minicodini sulla testa che la fanno sembrare una gatta. Il suo ragazzo, alto, pallido e coi capelli raccolti con un codino, è seduto vicino a me e mi bisbiglia qualcosa.

“Come?” chiedo.

Ribisbiglia.

“Non ti capisco.”

Si avvicina. “Ho detto che hai il viso più bello che io abbia mai visto.”

“Ah… grazie,” rispondo imbarazzato.

“Prego. Ma è la verità.”

Io sorrido non sapendo cosa dire. E cerco i volti degli altri sperando che mi possano salvare da quella situazione, ma niente, sono troppo occupati a discutere tra loro.

Dopo poco riattacca. “Sei bellissimo. Dico sul serio. Mai visto di meglio. Che occhi! E la pettinatura è perfetta.”

“Grazie,” continuo a ripetere come un idiota. Cos’altro posso fare?

“Non sei gay vero?” mi domanda.

“Non direi…”

“E bisessuale?”

“Non penso…”

“Io sono bisessuale. Amo la bellezza.”

“Ok… ok,” ripeto pensando: ‘Ma quando diavolo arriva ‘sta birra?’

Poi sbuffa e mette una sorta di broncio. Infine si tuffa con la testa tra le braccia appoggiate al tavolino, come disperato.

Il colombiano finalmente è di ritorno. Con due pincher. “Non sapevo se prenderla chiara o scura,” si giustifica. “Perciò le ho prese entrambe.”

Nessun problema, a me basta che sia tornato.

Dopo qualche minuto di calma si alzano tutti.

“Dove andate?” chiedo.

“A fumare,” mi dice la canadese.

Aggrotto le sopracciglia. “Ma siamo fuori…”

“Sì ma bisogna andare oltre la ringhiera.” In pratica a un metro dal nostro tavolo.

“Che senso ha?” domando.

Sogghigna. “Nessuno, ma è la legge.” 

E così ecco quattro persone che fumano a due metri da me che resto a curare borse e giacche. Caspita, metti che passa Bolt e se le porta via…

Quando si risiedono il mio spasimante torna all’attacco: “Ma sei sicuro di non essere bisessuale?”

“Io so che mi piacciono le donne,” gli faccio.

“Ma cosa vuol dire?”

“Come cosa vuol dire?”

Sospira, scuote la testa e si ributta tra le proprie braccia. D’improvviso però si rialza e dice all’irlandese: “Adesso smettila di provarci con la mia ragazza o ce la vediamo tra noi.”

L’altro non capisce di cosa stia parlando. E nemmeno io dato che si preoccupa per un uomo di mezza età tutt’altro che appetibile (e dopo averci provato con me). Ma per far vedere che non si tira indietro Ireland (come ho iniziato a chiamarlo io) apre la bocca ed estrae la dentiera. Ci giocherella tra le dita. Così, come se nulla fosse. Una scena che rischia di farmi vomitare all’istante. Colombia però si mette in mezzo e li convince a calmarsi. Meno male, la dentiera può tornare al suo posto…

Il problema è che Canada Two non resta al suo e mi si riappropinqua: “Ti posso dare un bacio sulla guancia?” chiede.

“No,” dico secco.

“E allora me lo dai tu?”

“Assolutamente no.”

Ed ecco che si rabbuia nuovamente.

In tutto questo i due pitcher se ne sono andati e ne arrivano un terzo e un quarto, ordinati non si sa da chi. Io guardo l’orologio ed è già domenica. Addio lunga dormita…

Infatti tra una cosa e l’altra si fanno le 2, ora di chiusura. Canada One propone di andare ad un after in centro città.

Ireland rifiuta, Colombia è gasatissimo, Canada Two deve seguire la sua ragazza e io non so che fare. Ma sono curioso di vedere come può proseguire la nottata con tali elementi e accetto.

Noi quattro superstiti ci incamminiamo con le giacche in mano. È una serata calda, per nulla da metà ottobre. Inizio a parlare con la ragazza e trovo che neppure lei sia del tutto in quadratura. Però ribadisco che è carina. Avanzando gli altri due restano indietro.

“Non dovremmo aspettarli?” le chiedo.

“No, non è un problema.”

“Ma il tuo ragazzo sa dove stiamo andando?”

“No.”

“Perciò ti chiamerà con il cellulare se ci perdiamo?”

“Non ha il cellulare.”

“E quindi?”

Ride. “Quindi noi andiamo. Loro si arrangiano.”

A questo punto forse Canada Two dovrebbe iniziare a preoccuparsi del sottoscritto più che di un mezzo vecchio con la dentiera… Ma un barlume di serietà mi fa dire che no, dobbiamo aspettarli. E così facciamo, finché non ci raggiungono spartendosi una canna. Mi sa che Colombia non ha imparato molto dalla serata precedente.

Finalmente arriviamo al locale. Beh, locale è un parolone. Diciamo una bisca clandestina. Si entra dal retro con il permesso di un armadio di colore, si salgono delle scale buie e strette e ci si ritrova in mezzo a gente che gioca a biliardo o a carte. E lì la legge sul fumo di certo non esiste. Non so se esista alcuna legge, a dire il vero. Le facce che si incrociano sono delle peggiori, e nemmeno la musica è il massimo. Insomma, un postaccio. Tanto più che di donne ce ne saranno cinque o sei, e la nostra amica viene presa di mira in continuazione. Il suo ragazzo la segue come un bulldog-chiwawa mentre lei si fa offrire da bere, ridacchia, abbraccia: in poche parole gatta sì, ma morta. Già prima me lo chiedevo ma ora ancora di più: lei cosa ci sta a fare con lui e viceversa? Una probabilissima libertina e un gelosissimo amante della bellezza (maschile) che in tutta la serata non ho visto baciarsi una sola volta. Mah, misteri dell’insondabile.

Colombia e io ci beviamo sopra una birra prima di scappare a gambe levate. L’alba è dietro l’angolo e fortunatamente questa notte non è un ring.