Come essere di Bogotà e farsi derubare a Toronto

Secondo venerdì, secondo trio, seconda barzelletta (vedi la prima). Ci sono un colombiano, un brasiliano e uno svizzero. Hanno rispettivamente 25 (io pensavo almeno 10 in più), 30 e 33 anni. Il primo è a Toronto per una cosetta da nulla: la Microsoft gli paga un corso di lingua inglese di tre mesi e una formazione di 18 per imparare a sviluppare videogames. Questo, ci spiega, perché ha battuto al loro stesso gioco i suoi creatori. Mica male, no? Il secondo invece ha avuto una conferenza a Zurigo e dopodiché ha deciso di fare una capatina in Canada. Non che un paese c’entri molto con l’altro, ho pensato, ma tant’è… La cosa veramente strana è che per tornare in Brasile ripasserà dalla Svizzera perché il volo di andata e ritorno costa meno. Il giro del mondo per… spero una bella cifra!

Il terzo lo conosciamo, c’è poco da aggiungere.

I tre si trovano in ostello, nella stanza che il destino ha deciso di fargli condividere insieme ad altri tre ancora. Orbene, mentre io sono appena tornato dalla doccia, loro decidono di andare a bere una birra. Propongono la cosa anche a me ma, stanco dalla giornata passata a camminare chilometri tra i palazzi, declino gentilmente. Loro però non se ne vannno e i miei capelli sono sempre meno bagnati. Mi tentano di nuovo. Io resisto: no, mi si stanno chiudendo gli occhi e mi fanno male i piedi. Dopo cinque minuti io sono vestito e asciutto (anche di gola), così che al terzo tentativo non so più rifiutare. “Se proprio proprio insistete…” gli dico. “Vengo con voi, ma solo per una birra.”

Siamo d’accordo, neppure loro vogliono fare chissà che. Ci dirigiamo verso un hamburgeria come tante che è lì in zona. Deserta, ma conosciuta dal colombiano per offrire birre a 3 dollari canadesi anziché a 4-5-6 o di più. Ne ordiniamo una a testa.

“Io prendo anche una tequila,” dice il colombiano. “La volete anche voi?”

Noi scuotiamo la testa. Non se ne parla.

Poi arriva il secondo giro. Stavolta però il nostro amico lo accompagna con due tequilas (plurale?).

E qui comincia un suo monologo in più atti.

Uno: gli chiedo della recente decisione dei suoi connazionali di bocciare l’accordo di pace con le Farc. “Abbiamo fatto benissimo!” mi risponde convinto. “Sai perché? Te lo dico subito. Perché i criminali non solo non avrebbero pagato per i loro crimini, ma avrebbero anche avuto un sussidio statale per il resto della loro vita. Ti sembra giusto questo? No, e allora abbiamo fatto bene…”

Alla mia domanda su cosa sarebbe quindi successo ora svia passando all’atto successivo.

Due: “Sapete cosa mi è successo una volta? La vedete questa cicatrice che ho sul braccio? Sapete come me la sono fatta? Ve lo dico subito. Due tipi mi si sono avvicinati vicino a casa e mi hanno detto di dargli tutto quello che avevo. Io ho reagito e ne ho picchiato uno. L’altro però aveva il coltello e mi ha preso. Ma dopo il colpo è scappato. Intanto è arrivata la polizia. Un poliziotto mi fa: ‘Stai perdendo tanto sangue, è meglio se vai in ospedale.’ E io rispondo: ‘Ci vado tra cinque minuti. Mi lasciate da solo un attimo con questo qua?’ E loro mi rispondono che va bene, che non avrebbero visto niente. Così gli ho dato una scarica di pugni e di calci.”

“Ma non facevano parte di una banda?” gli domando. “Sarebbero potuti tornare.”

Lui fa spallucce e sorride con aria da duro: “Non l’hanno fatto.”

A questo punto arriva la pausa alcolica. Terzo giro di birre e un’altra tequila (non tre come temevo). Giusto il tempo di un paio di sorsi e si ricomincia.

Tre: “Sapete cosa mi è successo in Spagna? Ve lo dico subito. Sono arrivato in aeroporto con mia mamma, avrò avuto 15 anni. Lì vedono che siamo colombiani e ci fermano. Ci fanno aprire le valige. Io avevo uno zainetto e lo aprono loro. A quel punto uno dei poliziotti tira fuori qualcosa dalle tasche e la mette dentro. Io però avevo intuito tutto e l’ho filmato. Così quando ci hanno accusati di portare droga io ho mostrato il video ai loro capi. E loro ci hanno fatto dormire per due notti in un hotel a 5 stelle.” Altro sorriso, ancora più da bullo di periferia del precedente.

“Ma no, io li avrei denunciati!” si indigna il brasiliano.

“Eh lo so ma stavamo andando a trovare mia nonna che stava morendo e avevamo in mente solo quello,” si giustifica il nostro mattatore.

Io, un po’ perplesso, mi astengo da qualsiasi commento. E mi diverto a seguire una breve ma combattuta gara tra gli altri due: su chi ha le donne più belle? Su chi è più ricco? Su chi ce l’ha più grosso? Nossignore: su chi ha il paese più corrotto! Non ci stanno proprio a perdere e secondo me alla fine il pareggio è il risultato più giusto.

Dopodiché birra numero quattro e ultimo atto: il colombiano ci dice che ci offre la serata. Il motivo? Siamo tanto gentili da festeggiare con lui il suo successo e la sua nuova vita. Noi ovviamente protestiamo sonoramente.

Si gonfia il petto. “Sapete perché è importante per me che voi siate qua? Ve lo dico subito. Perché io ho avuto un passato difficile. Avevo una moglie e una figlia. Ma non ci sono più. Stavano passeggiando…” inizia a singhiozzare. “Camminavano e un uomo ubriaco le ha investite. La bambina aveva pochi mesi. È successo in Grecia. Loro erano greche. Io però ero in Colombia. Maledetto! Se fossi stato con loro, non sarebbe successo.” E tira su col naso cercando di trattenersi.

Noialtri, sorpresi e in qualche maniera in imbarazzo, non sappiamo come consolarlo. Però ci proviamo. E lui ci ringrazia con il quinto giro (con solita tequila annessa).

La situazione sta degenerando, quindi provo a proporre di andare in un bar un po’ più affollato dove magari ci sia pure della musica. Per loro è ok. Il colombiano paga, con tanto di mancia da venti (20!) dollari (e meno male che eravamo lì per risparmiare). È visibilmente alterato. La mia stanchezza intanto che fine ha fatto? Mi sa che è rimasta in ostello.

Volete che in un bar non si prenda niente da bere? Altro giro, altro spettacolo.

A questo punto però sono le 2, e come abbiamo scoperto, è l’ora in cui da queste parti la maggior parte dei locali chiudono. Ci fanno sloggiare. Il brasiliano è contento: ha palesemente voglia di andarsene a dormire. Io pure inizio a farci un pensiero. Il colombiano però non è d’accordo e mi prega di restare con lui ancora un po’… Acconsento, ma non ci sono altri posti in cui andare.

“Fa niente,” mi dice. “Aspettami qua.” Se ne va dai baristi del locale.” Confabula un po’ e torna soddisfatto. “Se hai un po’ di pazienza poi andiamo in ostello insieme.”

Gli dico ancora una volta di sì. Intanto mi godo la frescura autunnale. In lontananza vedo che il colombiano è all’angolo della via che traffica con un altro ragazzo. Immagino di cosa si tratti, non è difficile… Torna contentissimo. “Ok andiamo.” E via per la via che conduce all’ostello. Ad un tratto, proprio davanti all’entrata, si ferma e scoppia a piangere. Mi dice che gli mancano la moglie e la figlia, che è solo colpa sua, che una volta credeva in Dio ma ora no, non più! Come può aver lasciato accadere una cosa del genere? Io non so cosa dire. Mi abbraccia e mi ringrazia ancora per essere lì con lui.

“Non ti preoccupare,” gli dico. “Adesso vado a comprarci due bottiglie d’acqua e andiamo a dormire.”

“Va bene,” mi fa asciugandosi gli occhi. Io entro nel negozio aperto 24 ore su 24 che sta lì di fronte (e che la serata prima mi ha salvato) e compro quanto promesso. Quando esco il colombiano non c’è. Lo aspetto qualche minuto e vedendo che non torna vado verso la stanza. Magari è là, penso. Invece non c’è, e non sapendo cosa fare mi preparo e vado a letto.

***

Un’onda anomala di luce, parole e lacrime mi sveglia. È il colombiano. Mi scuote e con un alito irraccontabile mi prega di dargli il telefonino.

“Perché?” domando intontito.

“Mi hanno derubato,” urla. “Due bastardi mi hanno preso il cellulare e il portafogli.”

“Cosa?”

“Non so come fare,” piagnucola. “Ti prego, devo chiamare mia mamma in Colombia. Ti prego, davvero.”

“Va bene ma usa Whatsapp che sennò mi spendi un casino…”

“Ok grazie. Fammi tu il numero. Ti prego,” sbuffa, ansima, sembra avere un attacco d’asma. Annega. Non posso fare a meno di chiedermi dove sia finito l’uomo che dice di non aver paura di nulla conosciuto solo poche ore prima.

Glielo compongo. “Ma manca il prefisso,” gli dico.

“No, no. È giusto così. Sono sicuro! Grazie.” Prova a chiamare quattro o cinque volte ma una voce registrata dice che il numero non è valevole. Lì per lì non mi rendo conto che non sta affatto usando Whatsapp! Quando mi ridà il telefonino controllo il saldo e scopro che mi ha fatto fuori un deca pulito. E meno male che non è riuscito a chiamare, altrimenti chissà!

Poi esce di corsa, sbatte la porta e non lo rivedo più per il resto della nottata. Ma lo sento al mattino, verso le otto. Parla con il brasiliano, disperato. “Io adesso raccolgo tutte le mie cose e me ne torno a casa. Non è possibile che la prima sera che esco in Canada mi succeda una cosa del genere. Non è accettabile.”

L’altro prova a consolarlo invitandolo ad andare a fare colazione insieme. Loro vanno mentre dalla porta entra quello che dorme nel letto sotto il mio: un italiano. Lui però non sa che parlo la sua lingua: ho preferito non rivelarmi. Fatto sta che spiega l’accaduto a qualcuno al telefono. “Tu non puoi capire cosa è successo. Un macello! Un fuori di testa qua è entrato in stanza in mezzo alla notte, ha acceso la luce è ha iniziato a urlare e a piangere con quello che sta sopra di me. Un casino allucinante. L’hanno scippato o qualcosa del genere… Sì ma cazzo, questo qua avrà quarant’anni!” (come pensavo io!)

Io me la rido non riuscendo a non pensare che bisogna proprio essere messi bene per arrivare da Bogotà e la prima sera riuscire a farsi derubare a Toronto. 

 

Continua...