Da Detroit fino a Toronto passando per Londra

Donna al volante… donna al volante. È il primo pensiero (non negativo) che mi salta in mente mentre l’autista canadese mi chiede in un inglese incerto e senza accento francese: “Svizzera? Allora puoi entrare senza visto, giusto?”

“Spero proprio di sì,” confermo tentando di sembrare convinto.

Ottimo. Si può partire. Ma ecco che dopo cinque minuti siamo di nuovo fermi: c’è la dogana. Di già? Cos’è, in centro città? È talmente vicina a Detroit che avrò scattato decine di foto al Canada senza neppure saperlo. Spero che nemmeno a loro serva il visto, di questi tempi…

Ci fanno scendere dall’autobus e mettere in fila per i soliti controlli. Ad attendermi c’è una bellissima doganiera mora. Mi saluta: “Bonjour. Suisse, uh?” fa indicando il passaporto rosso.

“Sì ma della parte italiana,” le rispondo in inglese per farle capire che non è proprio il caso di mandarmi ancora più in pappa il cervello costringendomi a parlare nella lingua di Voltaire (o di Depardieu, o di Zidane, o di chi pare a voi insomma).

“Ok…” e comincia a pormi le solite domande di rito a cui sto imparando a rispondere. E di certo le lancerei anche qualche sorriso perverso se non avessi ricordi tanto brutti quanto freschi (vedasi arrivo negli Usa). Comunque, stabilito che tra cinque giorni toglierò il disturbo e che con me non ho droghe o alcool, né tabacco o armi, mi viene permesso di passare oltre. Thank you. Merci.

Si riprende a rullare su di una strada statale a una sola corsia e capisco ben presto che la nostra autista ha il piede poco sensibile, alla Bud Spencer, e il braccio poco delicato, alla Terence Hill (poveri pedali, povero cambio, poveri stomaci). Attorno a noi solo campi sia ingialliti che verdi e gigantesche pale eoliche (green pure loro seppur bianche). Di tanto in tanto qualche paesino sperduto ci saluta mentre il sole lascia a poco a poco la scena alla luna quasi piena. E io, incantato da cotanta natura, non posso fare altro che pensare a me stesso. Sto facendo tutto questo per un motivo, certo, eppure non so se lo raggiungerò. E se stessi perdendo solo tempo? E soldi? E se… No, devo essere positivo: suvvia!

Le fermate previste sono due: London, come la capitale inglese, e Hamilton, come il pilota sempre inglese. Due belle cittadine, parrebbe a prima vista. E se avessi fatto meglio a fermarmi a vederle? E se… Va bene, basta così! Chiudi gli occhi e spegni il cervello. Non ti è dunque bastato evitare di parlare in francese per salvarlo. Speriamo che si riattivi.

Arriviamo a Toronto avendo impiegato sette ore, quindi con quaranta minuti di ritardo. A me non fregherebbe molto se non sapessi che la recption dell’ostello è ormai chiusa. Spero mi abbiano lasciato delle indicazioni all’entrata. In fondo li avevo avvertiti che sarei arrivato tardi.

Prendo zaino da venti chili e zainetto e mi avvio verso la fermata del tram che mi sono segnato prima di partire. Una volta lì scopro che ci sono da aspettare oltre venti minuti. Dato che ho fretta decido di incamminarmi. Sono sei o sette fermate, non dovrebbe essere impossibile. Ma già alla terza inizio ad arrancare. E poco dopo mi passa a fianco il tram: ma saranno passati sì e no dieci minuti! Mi si prende in giro per l’ennesima volta o cosa? Parrebbe proprio di sì. Come quello stesso pomeriggio quando mi sono fatto un quarto d’ora e più di scarpinata per arrivare alla stazione degli autobus e nell’esatto momento in cui l'ho scorta, lì a cinquanta metri, ecco che un tipo in jeep si ferma e mi chiede se può accompagnarmi da qualche parte. Gentilissimo o un simpaticone pure lui? Gli ho detto no grazie, che ero arrivato. L’educazione prima di tutto, sicuro, ma il dubbio che mi stesse sfottendo mi è rimasto.

Fatto sta che ora, dopo mille fatiche, sono giunto all’ostello. La reception è più buia della morte. Ovviamente nessun messaggio per me. Già, e mo'? Un signore indiano si avvicina alla porta che dà effettivamente accesso alla struttura. Non si apre. Serve una tessera magnetica. A quel punto arriva una ragazza che pernotta lì e ci dice che non può farci entrare: le regole sono regole. Inizio a vederla brutta: dove lo vado a pescare a mezzanotte un hotel che non mi costi un patrimonio? Lei ce ne indica uno non troppo distante.

“Sì ma io avevo la prenotazione e mi tocca fare tutto questo?” le chiedo mezzo disperato.

“Ah ma allora vai al bibitaro qui davanti,” mi dice. “Devono aver lasciato la tua tessera là.”

Mi si illumina il viso. La ringrazio mille volte, potrebbe avermi salvato. Uso il condizionale perché non si sa mai… E invece è proprio così! La mia tessera esiste e con essa pure il numero di stanza. Meno male!

Va meno bene invece all’indiano che poveretto deve andarsi a cercare l’albergo. Gli auguro buona fortuna e mi dirigo verso la camera da condividere con altri cinque e non posso fare a meno di pensare che nonostante quello sia un ostellaccio mi è andata di lusso. Se non avessi incontrato quella ragazza in quel momento ora chissà dove sarei costretto ad andare. Che fortuna!

Trovo il mio letto, al 'secondo piano'. Sarebbe da fare con coprimaterasso e il resto ma senza accendere la luce è un’impresa. Sempre per educazione faccio come meglio riesco per non interrompere la gara a chi russa di più degli altri. Il mio letto viene fuori uno schifo ma che me ne importa? Almeno ce l’ho. 

BlogPatrick AcquadroComment