Da Chicago a Detroit passando per Kalamazoo

Un ragazzo. Diciamo un giovane. In realtà sarebbe un adulto fatto e finito anche se non sempre si sente tale. Guarda fuori dal finestrino con un sorriso ebete stampato in faccia. Se ne rende conto ma non se ne cura. Sta bene.

“Only hate the road when you’re missin’ home” sente nelle orecchie. Già, ma a lui casa non manca proprio. Non ancora, per lo meno. Ora la vita è lì, su quell’autobus che da Chicago porta a Detroit. Sei ore di pensieri, belli per lo più. E poco importa che la solita aria condizionata sparata al massimo lo stia ghiacciando. È la solita, certo, eppure ci si fa fregare sempre.

“Sono un ragazzo fortunato,” gli canta Jovanotti. Propriò così, pensa lui: finora è paradiso. Sta lasciando una città bellissima, di giorno e di notte (vedasi foto), ma è certo che ciò che lo aspetta non sarà da meno. A modo suo, forse. Non ci saranno i magnifici palazzi scintillanti, l’arte e i giardini del Millennium Park, il lago Michigan che sembra un mare (basti pensare che la città si trova in Illinois), la vista dal 94esimo piano del 360 Chicago (una volta, quando il marketing valeva meno, chiamato John Hancock Observatory) e via così all’infinto… A Detroit ci sarà altro.

I paesaggi intanto gli corrono incontro, contromano, simili a quelli europei. Ci si immagina sempre che cambiando continente anche il mondo sia diverso da come lo si conosce. E invece no: stessi alberi, stesso cielo, stessi umani. Magari cambiano un po’ le sfumature ma la sostanza resta sempre quella. Rassicurante da una parte, un peccato dall'altra...

L’unica fermata prevista è Kalamazoo. Il ragazzo, pardon, l’uomo, ci vivrebbe soltanto per come si chiama. E starebbe in Kalamazoo Avenue, quella della stazione (molto fantasiosi nel dare il nome alle strade da quelle parti). 

Prima di ripartire sale un signore sulla cinquantina-e-qualcosa che si siede nella fila a sinistra all’altezza del nostro non-più-così-giovane. Un minuto e tre quarti dopo si è già appisolato con una posizione da brioche ripiena (probabilmente di rum). Il meglio è che è caduto in catalessi mentre stava scrivendo un messaggio al telefonino e lo tiene in equilibrio con grandissima inconscia abilità.

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Quando qualcuno lo cerca con un trillo strappatimpani si desta di soprassalto ma ha la bocca impastata. È costretto a ripetersi tre volte prima che l’altro lo capisca: “Cosa? Ma no che non mi hai svegliato!” La frase preferita dalle nonne...

Il siparietto è l’unica emozione di un viaggio fin troppo regolare, fin troppo perfetto. Possibile che nulla vada storto? Il nostro eroe non riesce a crederci. Eppure è proprio così. E Detroit è lì, molto più calda dell'autobus nonostante si trovi a due passi dal Canada. Non resta che raggiungere l’ostello. A qualche passo in più. Zaino in spalla e via… Nuova città, nuovo stato (Michigan, stavolta sì), nuova avventura.

Quell’uomo non sono io. Quel ragazzo sì. 

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