Le mie personalissime maratone di Chicago

Nove ottobre 2016, giorno della maratona di Chicago. Una delle più importanti in assoluto, a quanto pare.

La sera prima un mio vicino di letto a castello, sulla cinquantina, mi chiede: “La fai anche tu?”

Io ci penso su per due secondi, poi gli rido praticamente in faccia. Bisogna proprio essere dall’altra parte del mondo perché uno possa permettersi di farmi una domanda del genere! Mi scuso spiegandogli che da corsa io ho solo le scarpe, e non le ho neppure comprate da me.

Lui invece sì che la corre, mi dice orgoglioso. È la quinta della sua carriera non professionistica: tre le ha fatte nel suo paese, il Guatemala, e una a Berlino. 

"Nice!” mi pretendo entusiata.

Gli si accende un sorriso largo quanto un’autostrada. “Adesso vado a dormire che la partenza è alle 7.30.”

Un modo gentile per dirmi di togliermi dai piedi? Forse no, ma decido comunque di lasciarlo solo coi propri sogni di gloria. Sono le 21, mica posso fargli compagnia!

La mattina mi alzo con calma, faccio le mie cose e penso che lui starà già soffrendo da ore… E il bello è che se l’è andata a cercare! Mah, certe cose non le capisco, però in qualche maniera mi incuriosiscono. Così a mezzogiorno sono in pieno centro città, in cerca di transenne e gente urlante. Non ci metto molto. E per mia sorpresa ci si può avvicinare al tracciato senza alcun problema. Anzi, volendo ci si potrebbe pure buttare in mezzo al gruppo. Nessun controllo, qualche addetto qua e là, alcuni pompieri su di una camionetta rossa che si godono lo spettacolo, e pochi poliziotti annoiati. Per il resto migliaia di corridori, di ogni tipo. I migliori sono chiaramente già arrivati, perciò mi diverto ad osservare gli atleti della domenica. D’altra parte è proprio domenica. E ce ne sono per tutti i gusti: quelli che corrono a gambe talmente larghe che si direbbe stiano domando un toro, quelli che si sbracciano come se fossero addetti al parcheggio degli aerei, quelli che pur avendo già sputato un polmone si ostinano a chiacchierare, quelli che saltellano manco avessero le molle, quelli che camminano perché non possono dare di più, quelli dal passo talmente pesante che pare stiano schiacciando degli scarafaggi, quelli che scuotono la testa per dire no, no, no, chi me l’ha fatto fare, quelli che si lanciano tra il pubblico per abbracciare i parenti e condividere con loro il sudore, quelli che… Mi fermo ma potrei andare avanti. Uno spettacolo! Ma non lo dico con ironia: è davvero bello vedere tanto impegno, tanta passione, tanta gioia, tanta perseveranza, tanta voglia di passare una giornata diversa. Sono sentimenti che vengono trasmessi anche a chi guarda. Grazie.

Poi all’arrivo trovi chi deambula come se avesse passato una notte di fuoco, chi tossisce come un tossico e chi si sdraia ranicchiandosi avvolto da tre coperte. Rischi del mestiere, suppongo.

Dopo un paio di ore di osservazione in giro a casaccio per il centro (in loop nel Loop) inizio a sentire un po’ di fiacchezza. Vado a gustarmi un piatto di noodles ai frutti di mare nel quartiere di Chinatown (e dove sennò) e mi sento come nuovo. Così torno nella zona del mio ostello, da dove so partire The 606. Sì, oh sì. Trattasi di un fu tracciato ferroviario sopraelevato trasformato in pista pedonale e ciclabile. Roba recente, del 2015. Roba fatta davvero bene. In altri posti avrebbero tirato giù tutto, qua no, qua hanno effettuato un riciclaggio coi fiocchi. E me lo godo tra decine di persone che camminano come me, altri che corrono, in bicicletta, in monopattino, trascinati dal cane, spingendo una carrozzina, e via discorrendo. Sono 2,7 miglia (4,3 km) di puro fascino tra appartamenti di lusso, atelier di artisti, vecchie fabbriche, nuovi giardini, indefinibili cortili e chi più ne ha più ne metta. E in lontanaza i grattacieli sembrano guardarci. Soprattutto me che sotto un inaspettato sole rovente comincio ad arrancare. Spinto dall’esempio del mattino faccio uno sforzo: voglio arrivare fino in fondo, andata e ritorno. È la mia personalissima maratona. Alla fine ce la faccio, ma che fatica!

Torno all’ostello, provato, e vi ci trovo il guatemalteco felice come una pasqua.

“L’hai finita?” domando.

“Certo,” si pavoneggia. “In 4 ore esatte! A Berlino ce ne avevo messe 4 e 5 minuti.”

“Complimenti!”

“Grazie, molto gentile da parte tua.”

Che bravo ragazzo attempato.

“Ora però sono stanchissimo. Vado a dormire.”

Nonostante mi stia ributtando fuori non ho il coraggio di dirgli che forse io sono messo peggio di lui. Non posso confessargli che i miei piedi avrebbero bisogno di un (im)pacco per essere spediti in manutenzione. Rimandatemeli al più presto però! A Chicago: il cap inizia per 606. Sì, oh sì.

The 606

The 606

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